Grillini in confusione: esplode la faida tra Dibba e Di Maio

M5S
Alessandro Di Battista (s) e Luigi Di Maio in aula alla Camera durante le votazioni per eleggere il presidente della Repubblica, Roma, 29 gennaio 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Di Battista e Di Stefano aprono a un governo di scopo in caso di vittoria del No. Il vicepresidente della Camera: “A Palazzo Chigi col voto degli italiani”

Sarà perché la “rivoluzione” a Cinque Stelle non è ancora del tutto compiuta, come lamenta Roberto Fico, ma nel Direttorio M5s il caos si è spostato dalla Capitale alle large intese. Luigi Di Maio, astro grillino sulle montagne russe della credibilità, ha dovuto smentire il più battagliero nei toni e dei modi, nel tour in scooter alla Che Guevara de’ noantri, che nel giro di intervento a un talk show ha vestito i panni del “responsabile” moderato, di un Alfano centrodestrista, riproponendo la vecchia formula da Prima Repubblica del «governo di scopo», il quarto, giusto per fare «la legge elettorale» e poi votare nel 2018. Salvo rientrare nei ranghi subito dopo, smentito pubblicamente da Di Maio, e fare dietrofront.

L’idea però era balenata nel membro del Direttorio in questo momento al clou della popolarità, e c’è chi sospetta che non fosse improvvisata. Quasi nascondesse una paura di misurarsi prima con le urne o con una possibile presa di Palazzo Chigi, che potrebbe risultare ancora più ardua di quella del Campidoglio. Del resto Grillo disse no a Bersani all’indomani del risultato zoppo del 2013, e ora con chi farebbero un governo di scopo? Potrebbe esserci uno scambio di sguardi con la sinistra dem, ma la maggioranza necessaria non potrebbe escludere il centrodestra, magari un riemergere di Berlusconi che sta dando segni di risveglio. Il leader di Forza Italia parla attraverso Stefano Parisi, che ieri rilancia la palla: «Se perde il referendum Renzi farebbe bene a dimettersi e poi che ci sia un governo per fare la legge elettorale il prima possibile e poi si voti, per avere un governo eletto dal popolo interessi visto che siamo al terzo non eletto».

Ma i dubbi di Di Maio sono anche sul darsi da fare per cambiare l’Italicum, visti i vantaggi del ballottaggio. Insomma, anche su questo, come sulla gestione del caso Roma (dove la sindaca Raggi è stata paternalisticamente definita «adesso autonoma» dal Diba, ammettendo che prima non lo fosse), non esiste una linea coerente dei 5 Stelle quando le risposte sono “autonome”, appunto, e non postate da Grillo sul blog. Così ieri Di Maio ha incontrato Di Battista a quattrocchi e poi, ancora con i lividi virtuali dei pizzicotti ricevuti dalla Rete per la gaffe sulla dittatura cilena spostata in Venezuela, il vicepresidente della Camera ha fermato l’amico-rivale chiarendo che, come 5 Stelle, «noi al governo ci andiamo solo con i voti degli italiani».

Di Maio ha precisato che «la linea del M5S non è cambiata, io e gli altri miei colleghi pensiamo che se dovessero vincere i No e Renzi dovesse mantenere fede alle promesse fatte e dimettersi, allora il Presidente della Repubblica traccerà la strada», ma al governo i 5 Stelle ci andranno con le elezioni. Per Diba è un “gavettone” in casa, allora non gli resta che aderire perfettamente a Di Maio, dato, anche da lui, come papabile candidato premier. Così Di Battista ripete quasi le stesse parole su Facebook: governo di scopo? e chi l’ha detto: «Il Movimento 5 Stelle andrà al governo solo con i voti dei cittadini», e «se dovesse vincere il No al referendum, non arriveranno le piaghe d’Egitto», ma «verrà salvaguardata la sovranità popolare e verrà disinnescato un caos istituzionale prodotto da un Senato di nominati».

Nel pomeriggio anche Roberto Fico gela il Diba: «L’M5S non accetta compromessi, non si accomoda per strada. È una rivoluzione. E una rivoluzione deve andare fino in fondo, non può essere a metà, perché le rivoluzioni a metà sono peggio dei partiti politici». Di «sovranità popolare» parla anche il senatore Nicola Morra, che straccia l’idea del governo di scopo: «Se gli elettori italiani dovessero decidere di mandarci al governo, noi non ci sottrarremmo a tale responsabilità», ma con elezioni, «un’investitura popolare democraticamente legittima e trasparente» e una nuova legge elettorale.

Eppure l’uscita di Alessandro Di Battista non era stata solitaria, fra i rivoli carsici da cui è percorso il Movimento e che affiorano alla luce degli studi televisivi. A Montecitorio c’è chi cade dalle nuvole, chi pensa a una non sfiducia a un governo così, ma qualcuno rilancia: «Il governo di scopo vuol dire reddito di cittadinanza, riforma giustizia e corruzione, per poi tornare al voto», ha detto Manlio Di Stefano ad Agorà. E se il Presidente della Repubblica dovesse chiedere di «dialogare» per fare la riforma elettorale «il M5S sarebbe pronto». Danilo Toninelli torna sulla legge elettorale e rilancia il “De – mo cratellum”: si dice pronto a «sederci a un tavolo» ma solo per discutere la proposta M5S. Ma sembra non escludere un governo di scopo: «Noi non ci siamo mai nascosti dietro un dito: se vince il No manca una legge elettorale per andare al voto perché non c’è la legge per il Senato». «Non si avventurino in ipotesi irrealistiche anche perché vince il Si», ribatte Lorenzo Guerini, vicesegretario Pd. Il vicecapogruppo dem alla Camera, Matteo Mauri, fa notare che «lo scontro interno tra fazioni continua senza sosta tanto che nemmeno Grillo riesce più a farsi ascoltare», Roma è «una macchina impazzita senza nessuno al volante. Non proprio un bel biglietto da visita per chi avrebbe l’ambizione di guidare il Paese». Persino Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia prende in giro i grillini: «Sosteniamo il quarto governo di fila non eletto dagli italiani per scrivere la legge elettorale che ci piace di più e occupare qualche poltrona. Andreotti e Fanfani sarebbero fieri di loro».

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