Grecia, il secondo tempo è tutto da giocare

Grexit
Greek Prime Minister Alexis Tsipras addresses supporters of a 'NO' voting in the Prime Minister's referendum on bailout terms to be held on 05 July, at Syntagma Square in Athens, Greece, 03 July 2015. ANSA/YANNIS BEHRAKIS / POOL

La fase decisiva deve ancora arrivare. Dopo il referendum, la trattativa si concentrerà sulla soluzione definitiva a un debito troppo vasto in rapporto al Pil

Se qualcuno pensasse che la partita tra Atene e Bruxelles stia per terminare, sbaglierebbe di grosso. È vero che il referendum può sancire la fine di un primo tempo giocato su ritmi elevati, forse con qualche fallo di troppo. Ma la fase decisiva deve ancora arrivare: trovare una soluzione definitiva all’insostenibile debito greco, troppo vasto in rapporto al Pil, in assenza di crescita. A chiarirlo è stato qualche giorno fa lo stesso ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis: “I negoziati sono fermi – ha detto – perché i creditori si rifiutano di ridurre il debito”, svelando di fatto il vero motivo dello stallo.

E così, se è vero che una vittoria del “sì” dovrebbe favorire un rapido accordo con i creditori, spegnendo le fiamme delle turbolenze finanziarie e allontanando in maniera definitiva la tanto paventata Grexit, diversamente una vittoria del “no” potrebbe creare le condizioni per rinegoziare o ristrutturare il debito. Uno scenario, quest’ultimo, che aprirebbe una fase molto più incerta nel breve periodo (potrebbero volerci settimane per un accordo) favorendo la parte più cinica della speculazione.

Non è detto che la vittoria del “no” porterebbe in automatico la Grecia fuori dalla moneta unica. Anche gli analisti di Goldman Sachs sono convinti che il numero dei Paesi dell’Eurozona resterà inalterato. Del resto, è noto che la maggioranza dei greci non vuole uscire e il premier Tsipras farà di tutto per evitare il ritorno alla dracma. D’altronde è un interesse comune mantenere unito l’euro ed evitare conseguenze sistemiche pericolose.

La vera domanda è: senza ristrutturazione del debito, la Grecia sarà in grado di rilanciare la propria economia e allo stesso tempo ripagare i prestiti ottenuti? Il debito ellenico attualmente supera i 300 miliardi di euro.


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I primi creditori sono gli altri governi a cui la Grecia deve circa 195 miliardi. Alla Bce spetterebbe una cifra intorno ai 27 miliardi. Ma è lo stesso Fondo monetario internazionale, l’altro creditore rilevante, a giudicare insostenibile il debito ellenico e a ritenere necessario che almeno venga riscadenzato nel tempo.

 

 

i più esposti

Dei circa 240 miliardi ottenuti dai due piani di salvataggio (2010-2011), 15,3 sono serviti a finanziare il disavanzo primario e 11,7 per altre spese del governo.

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Il grosso dei soldi (213 miliardi) è stato invece utilizzato per ricapitalizzare le banche greche e per onorare gli impegni con i creditori dello Stato e dei privati, non per risanare i buchi di bilancio. Come ha fatto notare il premio nobel Joseph Stiglizt, “quasi niente dell’enorme volume di denaro prestato alla Grecia è rimasto nel paese”. In altre parole, con i prestiti si sono pagati i debitori.

 

Come può, dunque, un Paese ripagare il proprio debito se quest’ultimo aumenta e le entrate diminuiscono? Negli ultimi anni le misure di austerità hanno fatto balzare il debito pubblico dal 130% al 180% soffocando ogni possibilità di ripresa economica. Dal 2010 a oggi la salita del debito pubblico è stata inversamente proporzionale alla discesa del Pil.


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È come chiedere a una famiglia, che a stento riesce a restituire il proprio mutuo, di pagare rate più alte dopo che uno dei suoi componenti ha perso il posto di lavoro. Il finale di questa lunga partita si giocherà dunque sulla ristrutturazione del debito. A meno che il Pil greco non cominci a salire del 5%, infatti, anche procedendo ad un eventuale riscadenziamento del debito, come ipotizzato dal Fondo, non si farebbe altro che portare ai supplementari il match, rinviando di qualche mese la soluzione del problema.

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