Grecia al voto, sinistra divisa. Alla prova la svolta di Tsipras

Grecia
epa04830082 Greek Prime Minister Alexis Tsipras addresses supporters of a 'NO' voting in the Prime Minister's referendum on bailout terms to be held on 05 July, at Syntagma Square in Athens, Greece, 03 July 2015. Thousands of Greeks gathered late 03 July at rival rallies in Athens organized by opposing sides planning to vote 'Yes' or 'No' in the 05 July bailout referendum after a top court rejected concerns about the legality of the poll.  EPA/ORESTIS PANAGIOTOU

Domani urne aperte dopo l’accordo con la Ue. Il premier: datemi ancora fiducia

In extremis si cerca di recuperare sul palco uno strappo che ha lacerato Syriza e messo Alexis Tsipras contro i fratelli di un tempo, quelli che avevano condiviso con lui il sogno (realizzato) di una vittoria elettorale ma che con l’Alexis premier hanno rotto quando quel sogno ha dovuto fare i conti con la prova più dura: quella del governo. La «lezione greca», a ben vedere, è proprio questa, e si proietta ben al di là dei confini del Paese che domani torna alle urne. La politica è anche, e per certi aspetti soprattutto, l’arte del compromesso, che non è sinonimo di «resa», di «svendita», di «tradimento» (accuse lanciate contro Tsipras dai fuoriusciti a sinistra), bensì il tentativo di cercare, in un tempo e a condizione date, di coniugare, nell’esercizio del governo, idealità e concretezza.

Di fronte a questa sfida, c’è chi preferisce scartare, alzare l’asticella laddove tutto è più nitido, puro: l’orizzonte dell’irraggiungibile. In Grecia, come in Italia, i sondaggi della vigilia vanno presi con le molle: quelli greci, raccontano di un testa a testa fra il partito del premier e i conservatori di Nea Dimokratia. Ma le piazze, gli umori, i caratteri di una campagna elettorale conclusasi ieri, quelli no, non possono essere manipolati. Per risalire la china, Syriza sta puntando tutto sul suo leader: Tsipras continua ad essere il preferito per il 36% dei greci, contro il 34% del leader di Nea Dimokratia, Vangelis Meimarakis.

Ma la differenza rispetto qualche mese fa, quando il premier godeva ancora del 70% di popolarità, è impressionante. Nella centrale piazza Syntagma ad Atene Tsipras ha cercato di convincere indecisi e disillusi – considerati essenziali per vincere – a dare nuovamente la fiducia al suo partito, e per farlo ha provato a ridare di sé una immagine che non gli è più propria, provando a riportare indietro le lancette del tempo. Ecco allora salire sul palco i capi di una sinistra che non accetta compromessi, una sinistra capace di riscaldare i cuori dei già convinti, o di una parte di loro, ma per farlo paga il prezzo di un confinamento all’opposizione: Pablo Iglesias, leader degli spagnoli di Podemos, il tedesco Gregkor Gizi (Die Linke) e il segretario del Partito comunista francese Pierre Laurent.

Lo Tsipras di governo prova a convivere con quel che fu e non è più: un «double face» difficile da sostenere, anche per un politico abile come l’ex premier ellenico. In un’intervista a Ta Nea, Tsipras ha ripetuto che l’obiettivo è la «formazione di un governo progressista di sinistra che rinegozi il debito della Grecia». L’ex premier ha difeso la scelta di dimettersi affermando che «è stato un gesto di responsabilità politica e morale. Dopo la fine del negoziato, era una necessità democratica dare alla gente la possibilità di giudicare il risultato. Syriza ha negoziato durante, mentre era in corso una guerra economica e politica».

Ma il «soccorso rosso» internazionale forse potrà far sì che Tsipras recuperi qualche voto a sinistra, ma non modica il quadro d’insieme: la Grecia che va al voto anticipato, non è solo un Paese stremato dalla crisi economica, è anche un Paese disilluso, niente a che vedere con l’entusiasmo che portò alla vittoria del no, «Oxi», al referendum dello scorso luglio, alle richieste dei creditori internazionali. L’Alexis di governo non entusiasma, non mobilita come riuscì all’Alexis «barricadero», ma è il primo che i greci dovranno giudicare con il voto. Lo sanno bene anche quelli del «soccorso rosso» che si dividono, anche loro, tra le piazze da privilegiare. E così, mentre Pablo Iglesias abbraccia Tsipras, due dei suoi, gli andalusi Jesus Romero e Jesus Rodriguez, sono sì sì ad Atene ma per appoggiare i dissidenti di Syriza, gli scissionisti che hanno seguito l’ex ministro Panagiotis Lafazanis nell’avventura «no euro» di Unità popolare. E quella divisione di piazza, testimonia che oggi appoggiare Tsipras vuol dire per la sinistra radicale europea, ma non solo per essa, lasciare sul campo morti e feriti. L’affabulazione dialettica, non cancella la convinzione, della sinistra «pura e dura», che Alexis Tsipras abbia trasformato il trionfo del no al referendum nella resa all’ex-Troika in cambio di altri 86 miliardi di prestito.

Le parole pesano come pietre in questa vigilia elettorale, e quelle lanciate contro l’ex premier dai suoi ex compagni di governo e di partito sono davvero pesanti, e lasciano ferite profonde. Quando si rompe, a sinistra, a lacerarsi non sono solo vecchi sodalizi politici ma anche rapporti personali. E’ una crisi esistenziale, metapolitica. Ecco allora, l’ex ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, ricordare in ogni intervista, soprattutto ai media europei, che «non posso stare con lui (Tsipras, ndr)», perché la sua posizione sul piano di salvataggio «ha provocato una frattura» in Syriza e «costernazione in quanti si oppongono a questa politica illogica». Il partito, spiega, «dopo la scissione» ormai è storia». Una storia infangata, per gli scissionisti. Il governo guidato da Tsipras, incalza Varoufakis dai microfoni di France 2, «aveva una missione, un mandato» elettorale, che si è concluso «brutalmente» quando l’ormai ex premier ha accettato le condizioni del piano di salvataggio lo scorso 13 luglio. E dopo le prossime elezioni? «Non credo che il Parlamento – profetizza l’ex ministro – riuscirà a cambiare le politiche sociali ed economiche». Se avesse potuto, la Grecia si sarebbe ben volentieri risparmia il quarto voto in tre anni. Ma in un Paese in crisi, ed è un altro aspetto della lezione greca, l’elettorato è volubile, si sposta sulla base di motivazioni concrete e non di suggestioni ideologiche. Per questo, rischia di non funzionare più l’idea di una Syriza «di lotta e di governo», perché questa dualità non regge di fronte a un elettorato che giudica sulla base dei risultati ottenuti e non sulle «visioni» evocate. Tsipras cerca in extremis di «coprirsi» a sinistra, ma è ben consapevole del fatto che passare da sapiente distributore di utopie a leader pragmatico comporta un prezzo, inevitabile, da pagare. Le urne diranno quanto alto sia stato. Al voto, dunque. In lizza diciannove partiti che dovranno superare la soglia di sbarramento del 3% per assicurarsi un posto nell’Assemblea.

Per la prima volta Nea Dimokratia ha superato Syriza nelle intenzioni di voto. A sostenerlo sono alcuni sondaggi effettuati nei giorni scorsi. Secondo un rilevamento «Pulse« diffuso dalla rete televisiva Action 24, è diventato il primo partito ellenico con il 27,5% rispetto a quello di Tsipras, che non va oltre il 27%. Anche un altro sondaggio, effettuato da Data Rc per il quotidiano Peloponneso conferma il sorpasso del centrodestra greco (27,1, %),– su Syriza ferma al 26,3%. Ulteriore novità dei sondaggi è quella dei socialisti del Pasok, alleati con il partito di sinistra Dimar, che potrebbero arrivare terzi, scalzando i neonazisti di Alba Dorata. Il primo sondaggio indica Pasok e Alba Dorata entrambi al 6,5%, mentre il secondo assegna al Pasok 5,7% e ad Alba Dorata 5,5%. Quanto ai mercati, sembrano snobbare le elezioni di domani, nella convinzione, tutt’altro che campata in aria, che chiunque uscirà vincitore dalle urne sarà comunque vincolato all’attuazione delle riforme della Troika. Ormai sembra chiaro, concordano gli analisti politici ad Atene, che nessun partito potrà raggiungere la percentuale di voti per ottenere la maggioranza assoluta dei seggi (Tsipras la sfiorò, a gennaio).

L’ultimo che ci riuscì fu il partito socialista Pasok guidato da George Papandreou nel 2009: superò il 43% dei voti. Ora servirebbe circa il 36% dei consensi, per conquistarla. Chiunque vinca le elezioni di domani dovrà cercare alleati per una coalizione di governo. E sarà questo il banco di prova decisivo per misurare lo spessore dell’Alexis 2.0. Oggi, vigilia del voto, la metafora più calzante per raccontare Syriza è quella di una «nave in tempesta» che affida se stessa al nocchiero Alexis nella speranza che ad affondarla non siano i compagni di un tempo, i «fratelli-coltelli».

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