“Gramsci, dagli archivi di Mosca al digitale”

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Il direttore dell’Istituto Gramsci, Silvio Pons: “L’accordo con il Centro russo sulla digitalizzazione dei fascicoli è un primo passo importante”

Le iniziative organizzate per il 125esimo anniversario dalla nascita di Antonio Gramsci o le polemiche sulla decisione di dichiarare la sua casa monumento nazionale non sono l’unico motivo, oggi, per occuparsi dell’autore dei Quaderni, e per farlo con Silvio Pons. Il direttore dell’Istituto Gramsci, infatti, è appena tornato da Mosca, dove ha chiuso un accordo con il Centro russo per la storia politica e sociale (quello che gestisce gli archivi del Komintern), per la digitalizzazione dei documenti contenuti nel fondo Gramsci.

Di che si tratta esattamente?
«Per prima cosa bisogna dire che si tratta dell’ultimo passo di un lungo lavoro. Dall’apertura degli archivi dell’ex Urss, all’inizio degli anni 90, come Istituto Gramsci abbiamo già riportato in Italia una mole di documenti enorme. A cominciare dall’intero fondo del Partito comunista italiano collegato agli archivi del Komintern. Un fondo molto consistente, di circa 1.500 fascicoli, che da tempo è consultabile presso l’Istituto, così come altre carte che di volta in volta abbiamo messo a disposizione degli studiosi italiani, ovviamente in copia e in accordo con i colleghi russi».

Può fare qualche esempio?
«Per esempio il verbale del colloquio del dicembre ’47 tra Secchia e Stalin, in cui il primo non fa mistero delle sue riserve circa la strategia togliattiana, da lui giudicata troppo moderata, senza però riuscire a ottenere il beneplacito di Stalin per farsi promotore, diciamo così, di una robusta correzione di rotta. Oppure la lettera del ’51 in cui Togliatti rifiuta l’incarico di segretario del Cominform offertogli da Stalin».

Qual è dunque la novità dell’accordo di oggi?
«Il salto di qualità è che si tratta di un accordo, credo uno dei primi di questo genere, per la digitalizzazione di un intero fondo archivistico. In altre parole, questo lavoro di cui abbiamo parlato e che facciamo da venti anni assume un carattere più sistematico e ancora più importante. È insomma un primo passo, che prelude a una collaborazione più intensa e ancora più promettente».

Che genere di documenti contiene il fondo Gramsci?
«I documenti più interessanti, anche perché fino a pochi anni fa meno conosciuti, sono quelli che riguardano il conflitto tra la famiglia Gramsci e Togliatti sulla sorte della cosiddetta eredità letteraria del prigioniero. Cioè i Quaderni e le lettere».

La scoperta di questo scontro ha gettato nuova luce sulla questione dei sospetti di Gramsci sul suo partito, specie dopo la famosa lettera del ’28, da lui vista come un riuscito tentativo di comprometterlo. Vicenda tuttora oggetto di accesi dibattiti.
«Di sicuro sappiamo che quella era la convinzione di Gramsci, che ne parla alla cognata Tatiana nelle lettere e verosimilmente anche nei colloqui. Tanto è vero che la denuncia che le sorelle Schucht fanno al Komintern, all’inizio rivolta genericamente contro il Pci, viene inviata subito dopo il ritorno di Tatiana a Mosca, nel ’38. Cioè in un momentaccio. Un momento in cui nell’Urss di Stalin si finiva nel gulag per molto meno».

Dopo tanti anni di polemiche ideologiche intorno alla figura di Gramsci, qual è oggi l’attualità del suo pensiero?
«È l’attualità di un classico. Che come tale oggi può essere studiato con maggiore distacco e minori strumentalizzazioni. Penso per esempio a tutto il dibattito sul suo essere o meno leninista, che appare irrimediabilmente datato. Perché oggi è più facile vedere come Gramsci fosse da un lato immerso nelle categorie del comunismo europeo degli anni 20, dall’altra come queste stesse categorie, penso ad esempio al concetto di egemonia, di derivazione leniniana, sia stato capace di elaborarle in modo originale. Lo dimostra il fatto che il leninismo oggi non è più un’eredità culturale viva del nostro tempo, mentre il pensiero di Gramsci lo è».

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