Gomorra dieci anni dopo: Saviano è un patrimonio

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Roberto Saviano ospite del festival internazionale "èStoria" a Gorizia. ANSA/UFFICIO STAMPA - HO NO SALES EDITORIAL USE ONLY

Il successo internazionale del libro ha scatenato dibattiti, polemiche e molte meschinità sul suo autore, ma l’Italia dovrebbe riconoscergli oltre all’impegno sociale un ruolo letterario di grandezza mondiale

Dieci anni fa, su “L’Unità”, fui io a recensire “Gomorra” di Roberto Saviano. Nessuno di noi – di noi scrittori, giornalisti, opinionisti, intellettuali – poteva prevedere che quel libro-inchiesta sarebbe diventato, nel giro di pochi mesi, un modello planetario di new journalism engagé. Seguirono, subito dopo la storia delle minacce dei Casalesi, polemiche, conformismi, fraintendimenti, accuse, isterie e distinguo.

Ne fui protagonista io stesso allorquando, su “Il Mattino” di Napoli – era il 2007 – feci un intervento assai polemico contro Saviano, nel quale gli rimproveravo la dichiarazione di superiorità morale degli scrittori “impegnati” rispetto a quelli che non lo erano. La sua mi parve una posizione sbagliata, di retroguardia, che riportava il dibattito culturale agli anni 50, all’asfittica stagione dei Pratolini, Vittorini, Togliatti. Da quel momento io e Saviano non ci parlammo più, e per me fu un dolore immenso, che vissi in silenzio e con profondo senso di colpa. Intanto, però, osservavo attentamente la tenuta umana, morale, letteraria, professionale e mediatica di questo giovane scrittore napoletano che avevo avuto la ventura di conoscere giovanissimo, e di considerare fratello minore di rabbie, speranze e suggestioni evocative. Infatti la dedica che Roberto mi aveva fatto sulla prima edizione di “Gomorra” sintetizzava bene il nostro rapporto: «Ad Andrea, al nostro rabbioso meridionalismo».

Oggi, dieci anni dopo “Gomorra”, sento la necessità di rompere il mio silenzio e di dire pubblicamente che Roberto Saviano, per me, a conti fatti, è un grande scrittore, e che l’Italia deve essere fiera di un talento così straordinario, benché tutti noi si abbia almeno un motivo per dissentire dalle sue posizioni o dalle sue idee. Saviano ha dimostrato – con i suoi scritti, con la sua coerenza, col suo rigore documentale, con la sua credibilità mondiale – che si può fare giornalismo con la letteratura, che si può fare letteratura con il giornalismo e che si può combattere il male senza semplificarlo, ovvero senza diventare «professionisti dell’antimafia».

Gli intellettuali italiani dovrebbero approfittare di questo decennale per riaprire i conti con Saviano, per analizzare laicamente e senza umori la sua forza narrativa e la sua credibilità morale e letteraria, magari provando a revisionare il fraseggio un po’ stereotipato che circola sul suo conto del tipo «ha copiato», «ha detto cose che tutti sapevano», «è abbagliato dal successo», «non è un romanziere vero», ecc. Io invece penso che Saviano sia uno dei principali esponenti mondiali di quel genere spurio, ibrido, misto, tra giornalismo, inchiesta, non-fiction, new journalism, che annovera scrittori di prim’ordine quali Martín Caparrós, Williamo Langewiesche, Sergio González Rodríguez, William Tanner Vollmann, Anna Politkovskaja, Ryszard Kapuścińsi e David Van Reybroouck. Chi ha stabilito che il genere “principe” della letteratura debba essere il romanzo? Dalla saggistica alla poesia, dal giornalismo alla letteratura teatrale, dalla diarismo alla memorialistica, troppe “scritture” vengono valutate con distrazione e sufficienza da una cultura che senza motivi ragionevoli continua a pensare per categorie rigide e impermeabili. Credo invece fermamente che libri come “Gomorra” e “Zero zero zero” dovrebbero finalmente avere un posto apicale nella storia della letteraria italiana dei cosiddetti “anni zero”, non già perché sono letti in tutto il mondo, ma perché hanno arricchito stilisticamente, “politicamente” e moralmente la nostra “letteratura nuova”, troppo spesso goffa, immatura, ombelicale e banalmente generazionale.

Troppi hanno ridotto la vicenda di Saviano a uno scontro frontale, mediatico, con le mafie e con il male: è una banalizzazione. Credo, al contrario, che Saviano – come Zola, come Céline, come Šalamov, come Malaparte – abbia deciso di guardare il mondo dal punto più basso, misero e feroce della realtà e della storia poiché intimamente convinto, e lo dico un po’ brutalmente, che la verità dell’uomo stia sempre in basso, giammai in alto. Tutti in Italia – destra, sinistra, Napoli, Sud, Nord, scrittori, giornalisti, intellettuali – hanno un conto in sospeso, intimamente, con Saviano. Mi piacerebbe che questo decennale servisse per sviscerarlo con argomentazioni lucide e rigorose, affinché Saviano torni ad essere una presenza viva – come merita – della nostra cultura e non soltanto del nostro sistema politico-mediatico.

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