Gli Oscar “razzisti” dividono Hollywood

Cinema
epa04631447 A large Oscar statuette at the entrance to the courtyard of the Dolby Theatre as preparations for the 87th annual Academy Awards ceremony continue in Hollywood, California, USA, 21 February 2015. The Oscars are presented for outstanding individual or collective efforts in 24 categories in filmmaking on 22 February.  EPA/MIKE NELSON

Dopo le polemiche, l’Academy si autoriforma, ma sempre più star aderiscono al boicottaggio

Gli Oscar dividono il mondo della settima arte. L’Academy si dà nuove regole, risponde alle accuse di razzismo con una “riforma” che non verrà completata prima del 2020, le polemiche invece sono di queste ore. La pattuglia, che si è infoltita con i giorni, di attori e registi decisi a boicottare il doratissimo rito delle statuette che per il secondo anno consecutivo ha nominato solo artisti bianchi, ha prodotto l’annuncio della presidente afroamericana dell’Academy, Cheryl Boone Isaacs: si procederà a uno svecchiamento e a un ricambio generazionale fra i membri votanti, con l’uscita degli attori inattivi da 5 anni e l’ingresso di una quota rosa e afro-americana. Tutto risolto? Per nulla. Al plauso di alcuni si sono contrapposte le critiche di altri, convinti che così facendo si architetti una sorta di razzismo al contrario.

Si schiera contro Michael Caine, non si può premiare con l’Oscar un attore solo perché è nero, argomenta. Prima di lui era stata Charlotte Rampling, candidata fra le migliori attrici protagoniste per il suo ruolo in 45 anni a rompere gli indugi dichiarando: «Boicottare gli Oscar quest’anno è una sorta di razzismo al contrario, contro i bianchi». Poi però ha stemperato i toni anzi, ha smentito recisamente: «Sono stata fraintesa, quello che volevo dire è che in un mondo ideale ogni individuo dovrebbe avere uguali opportunità».

Il dibattito promette di continuare mentre si allunga la lista di chi annuncia che diserterà la cerimonia, il 28 febbraio a Los Angeles. Al regista Spike Lee, il primo a dichiarare boicottaggio, si è aggiunto Will Smith: «sarebbe imbarazzante se mi presentassi con Charlize Theron», ha ironizzato dopo che sua moglie, l’attrice Jada Pinkett Smith è scesa in campo esprimendo il proprio disappunto. Va detto che Smith, con la sua interpretazione in Concussion poteva ambire a una statuetta, ma non è stato candidato. Poi l’attore inglese David Oyelowo (protagonista di Selma) e ancora Michael Moore. Mark Ruffalo, nominato agli Oscar per Spotlight, ha dapprima aderito all’iniziativa poi ci ha ripensato e presenzierà.

Assenze e presenze a parte, Hollywood ne parla. «Non conosco bene i meccanismi del sistema dell’Academy, probabilmente c’è qualcosa che va rivisto, ma è importante riportare il tema del razzismo su un piano molto più vasto, che riguarda la società americana, quanto il resto del mondo», ha dichiarato Michael Keaton ieri a Roma per la presentazione di Spotlight. E non si sottrae il divo George Clooney: «Penso che l’Academy dieci anni fa stesse lavorando meglio di ora – è la sua opinione – Intorno al 2004 c’erano molti nominati di colore, pensate a Morgan Freeman e Don Cheadle, e adesso sembra che ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata». A monte di tutto, le opportunità negate: per avere una candidatura devi avere la possibilità di realizzare il tuo film, e alle minoranze, vengono offerte meno opportunità. «Per inciso – continua Clooney – parliamo di AfroAmericani, per gli ispanici è anche peggio».

Fuori dal coro Robert Redford, che ieri ha presentato la 38esima edizione di Sundance, il suo festival, orgogliosamente indipendente: «Non mi interessano gli Academy – taglia corto – non sono concentrato su quella parte. Ma la diversità viene dalla parola indipendenza».

Vedi anche

Altri articoli