Gli Eagles, ecco chi erano le aquile del country rock

Musica
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Ripercorriamo, attraverso cinque brani stroici, le tappe fondamentali della band dello scomparso Glenn Frey

Due mondi che oggi ci sembrano limitrofi a fine anni sessanta appaiono inconciliabili. Da una parte la musica country, con la sua tradizione di ballate del sud, i suoi miti (Jimmie Rodgers e Hank Williams su tutti), le sue suggestioni rurali fatte di banjo, violini e il forte immaginario Western. Dall’altra il rock, che terminati i ’60 è ancora una musica giovane, ma anche quella più battuta dagli artisti angloamericani: da Elvis Presley ai Beatles, dai Rolling Stones ai Beach Boys. Entrambi questi filoni musicali hanno all’epoca una forte connotazione identitaria: una propria storia che li caratterizza e che suggerisce un loro tacito scorrere su binari paralleli.

È inizialmente Gram Parsons, che nella sua carriera ha vestito i panni del cantautore solista, membro dei Byrds e poi fondatore dei The Flying Burrito Brothers, a dare una svolta decisiva. Nella sua breve parabola (muore a soli 26anni) riesce a codificare un suono che rappresenta il punto d’incontro tra le tradizioni country e rock, aprendo la via a una nuova frontiera musicale. In questo solco gli Eagles sono quelli che riescono a capitalizzare meglio la nuova possibilità di ibridazione dei generi, divenendo dei veri e propri capostipiti del country-rock e costruendo una lunga e fortunata carriera su un sound estremamente caratteristico.

Il loro omonimo album di debutto, a Giugno del 1972, contiene già alcuni elementi riconoscibili che cementano la loro alchimia: l’approccio jingle-jungle alla chitarra elettrica, la propensione all’armonizzazione vocale e alla ballata, il sapore tipicamente southern delle composizioni. Questa è la loro Witchy Woman, estratta dal primo album, che raggiunge la posizione numero 9 nella classifica dei singoli di Billboard.

Nel 1973 gli Eagles danno alle stampe il loro secondo disco, Desperado, un concept album sui gangster del vecchio West, incentrato sulla banda criminale dei Doolin-Dalton. Il chitarrista Glenn Frey e il batterista Don Henley firmano insieme gran parte dei brani dell’intero lavoro, che raggiunge il suo vertice nella title track. Esempio di ciò che diventerà un vero canone rock, Desperado è la ballata sentimentale che permea, sottotraccia, tantissime odierne canzoni FM oriented: ma quella che oggi ci appare come una formula stantia all’epoca viene percepita come una ventata di freschezza e il secondo album degli Eagles, pur non bissando il successo del primo, arriva a vendere 2 milioni di copie

Nel 1974 gli Eagles provano a rinnovare il loro sound, sterzando decisamente verso derive più rock. L’asprezza delle chitarre elettriche li porta, in alcuni episodi del loro nuovo album On the Border, a sacrificare parzialmente il loro lato più country, che riemerge prepotentemente nei brani in cui abbassano un po’ il volume. Oltre all’entrata nella band del chitarrista Don Felder, l’album in questione segna la collaborazione del gruppo con un ancora sconosciuto Tom Waits, che firma questa Ol’55. Una pedal steel guitar dal sapore blues e le armonizzazioni vocali, contribuiscono a cesellare un atmosfera di raffinato pop.

 

Passa solo un anno e a giugno del 1975 gli Eagles riescono a sintetizzare le varie influenze sonore espresse fino a quel momento in un solo album. One of these nigths rappresenta la summa di quanto espresso dalla band, nonché il vertice, fino a quel momento, della loro carriera discografica. L’album inoltre li consacra al numero uno della classifica di Billboard, constribuendo non solo a consolidare, ma anche ad espandere, il grande successo che la band riscuote in studio e nei live. La title track del disco è un esempio dell’equilibrio che gli Eagles hanno trovato tra le varie componenti del suono: riff di chitarra, ritmica saltellante, armonizzazioni, falsetti, leggerezza melodica. Questa Lyin’ eyes che vi proponiamo è invece uno standard folk country, forma che ci rimanda direttamente al decennio successivo, ad alcune prove embrionali dei primi R.E.M.

È del 1976 la pietra miliare che sancisce il punto più alto raggiunto dagli Eagles e allo stesso tempo l’inizio della loro parabola discendente. Dopo Hotel California, la band, che già aveva visto la dipartita di Don Felder prima delle registrazioni dell’album, comincerà a perdere pezzi e a sciogliersi al sole di un continuo conflitto di personalità. I lavori successivi ratificheranno un progressivo calo d’ispirazione e la storia della band, fatta di periodiche reunion e raccolte per monetizzare il successo degli anni settanta, non aggiungerà molto a ciò che i nostri avevano saputo dire nel loro momento d’oro.

Hotel California è l’album che contiene il pezzo, omonimo, per il quale gli Eagles sono ricordati attraverso le epoche: l’evergreen che ha finito per occultare tutto il resto della loro produzione. Noi vi proponiamo un altro singolo da questo lavoro, che all’epoca dell’uscita si piazza al numero uno della classifica: le atmosfere pacate e concilianti di questa New Kid in Town sono il canto del cigno di una band che ha fortemente caratterizzato, soprattutto in America, gli anni ’70.

 

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