Gli angeli caduti ai piedi di Dylan

Musica
Bob Dylan

L’ultimo lavoro dell’artista è l’ennesima trasformazione dell’Araba Fenice che ora canta a suo modo i classici di Tin Pan Alley

«Gli angeli caduti di Bob vengono da un tempo senza età. Un’epoca di velluto, color seppia o bianco e nero se preferite, su cui si appoggia come una carezza l’ultima ineffabile voce di Dylan, la sua ultima invenzione, il suo ultimo mistero. Morbida come non lo era stata mai, è oggi quella di un uomo anziano che trascende i limiti che gli anni gli hanno imposto. O forse “Fallen Angels”, il nuovo album di colui che fu Mr. Tamburino e che come tale sconvolse il mondo con il suo “selvaggio e sottile suono di mercurio”, è il suo ultimo sberleffo, una specie di film degli anni quaranta, ammantato di un’aura misteriosa, vagamente onirica, a metà strada tra il Falcone Maltese di Raymond Chandler e il Terzo Uomo targato Orson Welles.

Compie 75 anni, il prossimo 24 maggio, il vecchio Dylan. E non è un caso. Si può anche pensare che Fallen Angels – sequel artistico e ideale di Shadows in The Night, in cui Bob decise sorprendentemente di rendere omaggio agli standard più amati di Frank Sinatra, chiudendo il suo personalissimo cerchio della canzone americana – sia il regalo che ha deciso di farsi: questa volta tocca ai classici di Tin Pan Alley, puro e nobile dopoguerra di chi la guerra l’aveva vinta e che introiettava tanta Europa, roba come Melancholy Mood, Maybe You’ll Be There, Polka Dots Andd Moonbeams, All The Way, la bellissima All Or Nothing At All oppure It Had To Be You, ripescate quasi con sfrontatezza dal repertorio di gente come Johnny Mercer, Hoagy Carmichael, Harold Arlen, Sammy Cahn e Carolyn Leigh, laddove al primo giro i numi tutelati erano Rogers &Porter.

1. Bizzarro paradosso

Bizzarro paradosso: mentre ai quattro angoli del globo si organizzano, come sempre, tributi, feste, party, concerti e convegni per i suoi incredibili 75 anni fatti di fughe in avanti, beffardi enigmi, rivoluzioni e giravolte, lui decide di guardare oltre la propria musica, oltre le proprie parole, per sviscerare quella degli altri, altri che vengono come fantasmi (o come angeli caduti, appunto) da un tempo lontano, forse il tempo dei desideri,forse il tempo di un’innocenza perduta, un luogo mitico della storia che ancora non era stata travolta dal rock’n’roll. Prodotto da Jack Frost (ossia il medesimo Dylan), registrato l’anno scorso ai Capitol Studios di Hollywood insieme ai soliti fedeli sodali degli ultimi anni, “Fallen Angels” apparentemente è pura dedizione al passato: fraseggi di chitarra languidi come un sospiro, una voce speziata ma morbida, lontana da quella specie di rantolo che era stato il suo marchio di fabbrica degli anni duemila, contrabbassi fluidi come le onde lunghe dell’Atlantico, echi da una luccicante dancehall piena di soldati in lacrime, puttane generose, ballerini sudati, giocatori disperati. E però la verità è che si tratta di un passato fittizio, di pura invenzione, in cui le suggestioni delle canzoni servono a fare da amalgama all’estrema sfida dylaniana: un viaggio non contro “il tempo”, ma contro ogni tempo possibile,il cui motore semplicemente è che l’oggi non esiste, è solo la somma delle nostre illusioni.

2. La reinvenzione

Il che, in fondo, è quello che Dylan ha sempre detto: It Ain’t Me,Babe, non sono io quello, l’identità di ciascuno di noi è sfuggente e molteplice, e se è vero che esiste la grande tradizione della canzone americana – che Bob ha percorso in ogni suo anfratto, dal folk al rock, dal blues al gospel – è anche vero che “nessuno canta il blues come Blind Willie McTell. Ossia, l’autenticità non è qualcosa che ci inventiamo. O c’è, o non c’è. E allora, dopo l’icona quasi mistica dei “roaring sixties” che non aveva paura di cantare la “dura pioggia” che si abbatte su di noi (non si è mai capito se intendesse la minaccia nucleare o l’assassinio di Kennedy) e che con una scossa elettrica (Like a Rolling Stone) dette un’anima al rock, dopo l’alfiere delle coscienze, il cantore dei diritti civili che insegnò le parole ad una generazione che voleva cambiare il mondo, e anche dopo l’ uomo che scelse il silenzio – fingendo, forse, un incidente di moto -mentre il mondo esplodeva nella psichedelia, persino dopo il cristiano convertito che strattonava il Vangelo al ritmo del più duro soul, dopo tutti questi infiniti Dylan, l’ennesimo Dylan si reinventa ancora, fino a fingere di annullare la sua arte nelle luci maliose di Tin Pan Alley.

3. Come un sogno

Qualcuno ha scritto che Fallen Angels è filologico: ovviamente non è vero, come non era vero per Shadows in The Night, che di questo disco è il gemello eterozigote. È un sogno, piuttosto, cullato da uno swing senza fine,in cui la voce di Dylan (una delle tante, bisogna dire) ci conduce per mano nell’ultimo dei suoi paradossi. “Cosa aggiunge?”, chiede chi crede che colui che si chiamava Robert Zimmermann ma scelse di essere Bob Dylan sia al massimo una specie di monumento che erige un altro ennesimo monumento al passato. La risposta sta nella storia di colui che un giorno si definì un semplice “song and dance man”: un gioco di specchi, di enigmi e folgorazioni che hanno saputo illuminare come pochi altri la nostra modernità, altro che Nobel. Non è un caso se un visionario come Todd Haynes gli dedicò un film (I’m Not There) in cui il fenomeno Dylan è suddiviso in sei personaggi diversi, non è un caso se ci sono così tanti pierini pronti a setacciare ogni suo singolo verso alla ricerca di un plagio (una volta da Shakespeare,una volta da un oscuro romanziere giapponese, una volta dai più remoti bluesmen del Mississippi), non è un caso se Dylan è’ autore più citato nelle sentenze della magistratura o che Joni Mitchell, in un impeto di rabbia, gridi che “tutto di lui è falso”, né è un caso se le cover di Dylan sono un fenomeno artistico a sé (da Knockin’ On Heaven’s Door, che ai suoi due estremi ha la versione metal dei Guns ‘n’ Roses e quella liquida e dolente di Anthony and The Johnsons, fino alla esplosiva Love Sick dei White Stripes e la violenta, velocissima, My Back Pages dei Ramones). Bob Dylan è tutte queste cose messe insieme, ed è forse l’unico della sua generazione (vedansi gli Stones, McCartney, gli Who, Waters e Neil Young, con il quale il nostro a ottobre dividerà il palco al festival californiano “Desert Trip”) ad aver portato questo suo giochi degli specchi all’estremo, con album-capolavoro che hanno marchiato a fuoco la sua incredibile vecchiaia, da Oh Mercy a Time Out Of Mind, da Modern Times a Tempest (tutti, peraltro, in cima alle classifiche, in barba ai geniali strateghi delle case discografiche). Eppure, in un certo modo, il compimento della parabola chiamata Dylan è un video che circola su YouTube di una ragazzina bionda chiamata Roosmarijn, forse svedese, ripresa al saggio della sua scuola di musica: canta, accompagnandosi alla chitarra, una versione da brividi di Blind Willie McTell. Non era nata né quando era stata scritta quella canzone, men che mai quando Blowing in The Wind andò alla conquista del mondo. È lei, la dolce Roosmarijn tutta rossa involto per l’emozione, a dare il senso a tutta questa storia. È lei l’ultimo, meraviglioso, angelo caduto.

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