Giovane, multietnico e di successo: forse il Belgio più forte di sempre

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Una squadra zeppa di talenti, un progetto nato più di dieci anni e un unico grande obiettivo: vincere

Ormai non è più una novità. Il Belgio è una delle squadre più forti al mondo, come testimonia la sua seconda posizione nel ranking Fifa appena dietro l’Argentina di Messi e Higuain. La selezione di Marc Wilmots, ex giocatore di discreto successo internazionale, è un mix di classe, eleganza, potenza e strapotere tecnico: il fenomenale portiere del Chelsea Thibaut Courtois, la difesa rocciosa nonostante l’assenza del capitano del Manchester City Vincent Kompany, il centrocampo tra i più completi d’Europa, dove brilla la stella del romanista Radja Nainggolan, la fantasia di Eden Hazard, la fisicità di Romero Lukaku, la concretezza di Kevin De Bruyne davanti. E una panchina lunghissima, in cui spicca, tra i tanti che giocano nella Premier League inglese, anche il “napoletano” Dries Mertens.

Una nidiata di fenomeni con un’età media intorno ai 26 anni, un presente di successo e un futuro forse ancora più roseo. Per il Belgio, 11 milioni di abitanti nel cuore dell’Europa, negli ultimi mesi balzato in testa alle cronache di tutto il mondo più per Molenbeek (il quartiere dove sono cresciuti buona parte degli jihadisti che hanno sconvolto Parigi e Bruxelles) che per il cioccolato, i diamanti di Anversa o le birre trappista, è con ogni probabilità la Nazionale più forte di sempre. Per fugare ogni dubbio serve un grande risultato internazionale e superare così la selezione dei primi anni ’80 che centrò il secondo posto all’Europeo del 1980 e il quarto posto al Mondiale del 1986.

Quella guidata da Wilmots sembra essere una macchina quasi perfetta, con pochissimi punti deboli e ancora ampi margini di miglioramento. Basti pensare che agli ultimi mondiali brasiliani, il Belgio ha ottenuto 4 vittorie nelle prime 4 gare ed è stata eliminato solo ai quarti di finale, con un sofferto 1-0, dall’Argentina che sarebbe poi arrivata a giocarsi la vittoria finale con la Germania a Rio. L’Europeo di Francia rappresenta il primo vero torneo in cui i “diavoli rossi” partono per vincere, per contendere lo scettro continentale alla Germania, alla Spagna o ai padroni di casa della Francia.

Per chi si stesse chiedendo come abbiamo fatto Wilmots a trasformare una generazione d’oro in un gruppo solido ed equilibrato, un potenziale padrone dell’Europeo, la risposta sta tutta in una decisione presa dalla Federazione alcuni anni fa. L’ultima partecipazione dei diavoli rossi alla più importante competizione sportiva del pianeta risaliva al 2002. Non certo un ricordo memorabile, soprattutto se sommato al flop dell’europeo del 2000 giocato in casa. Fu allora che la federazione belga decise di cambiare. E fu una vera e propria rivoluzione.

Dopo il 2002, i dirigenti nazionali hanno deciso di ricominciare dalla base, iniziando a studiare le scuole calcio del Paese. Una scelta difficile: puntare sui giovani e lasciar perdere la nazionale maggiore per qualche anno. E infatti per dieci lunghi anni il Belgio è scomparso dai radar del grande calcio. Salvo poi rientrarci di prepotenza dal 2012. Il deus ex machina di questo miracolo calcistico è stato l’ex dirigente tecnico della federazione belga Michel Sablon.

“Fino a qualche anno fa – ha spiegato Sablon – dopo gli otto anni, i bambini giocavano da subito undici contro undici. Abbiamo notato che i giocatori non toccavano palla, correvano per il campo senza piacere. Quindi abbiamo modificato gli allenamenti: prima cinque contro cinque fino a 7 anni, poi otto contro otto fino a dieci anni e solo in seguito undici contro undici”. I dirigenti nazionali hanno battuto a tappeto tutto il Paese per anni, condividendo le loro linee guida con i club più importanti (Anderlecht, Genk e Standard Liegi) e convincendoli ad adottare metodi di allenamento comuni. “Ci sono voluti dieci anni – ha riconosciuto Sablon – ma non è un caso che ora tutti questi giovani abbiano trovato i loro successi“.

E non è un caso, quindi, che il Belgio ora si iscriva tra le “grandi” nazionali europee e mondiali. I successi della nazionale, soprattutto alla luce di quanto sia emerso negli ultimi mesi in maniera così sconvolgente, hanno ricadute positive anche sulla situazione politica e sociale del Paese, da sempre spaccato a metà (non solo geograficamente) tra l’anima francofona e quella fiamminga, e ora alle prese con la drammatica minaccia fondamentalista. Questa squadra, piena zeppa di giovani immigrati di seconda o terza generazione, sta contribuendo a restituire un’identità non solo al suo calcio ma anche al suo popolo. Una lezione per tutti.

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