Giachetti: “Riforme dopo 30 anni di parole”, D’Alema “Ma così è un Senato di serie B”

Referendum

Sul referendum match vero tra Giachetti e D’Alema alla Festa de l’Unità di Roma

Davanti a un pubblico plasticamente diviso a metà eccoli in scena uno di fronte Roberto Giachetti e Massimo D’Alema, il Sì e il No, il Pd renziano e il Pd “di prima”, due modi di essere diversamente democratici, un match atteso che finisce come era prevedibile: nessuno “vince” per ko, ma Giachetti forse ha dato qualche colpo in più. Una strana situazione, ma poi non troppo: anni di primarie hanno allenato il Pd a passare per divisioni anche aspre.

Eppure non sfugge che la platea sia molto “tifosa”, curiosa, ansiosa, a tratti malmostosa, un pubblico numeroso e stretto sotto al palco della Festa dell’Unità di Roma, Pietralata, quartiere gloriosamente popolare da dove il Pd romano ancora pieno di lividi prova a ripartire, in qualche modo. È diviso, questo pezzo di popolo che stenta a capirsi nell’umidità successiva al temporale romano? Sì, è diviso. Ma butteremmo là anche l’ipotesi di una grande incertezza sul da farsi: che succede se vince il Sì? Avremo una Costituzione più brutta? E se vince il No? Addio riforme sine die? E il governo che fine fa? Diciamola tutta: il momento è particolarmente complicato.

Bello, in un certo senso, perché è passionale, ma complicato. Poca retorica, molto merito. Com’è giusto che sia. Ma anche – a tratti – rissa. Nemmeno fra partiti diversi i toni sono così tosti. Enrico Mentana sbriga il traffico, contento della diretta su La7, c’è pure la pubblicità. Durante la quale i due ironizzano sullo stato parallelo della Roma e del Pd: «Siamo entrambi romanisti e iscritti al Pd, e in entrambi i casi non siamo messi bene, diciamo…», e avete riconosciuto la voce di D’Alema. Il quale fa D’Alema, «il Senato diventa una camera di serie B, io voglio dare voce al popolo di centrosinistra che non è d’accordo, non faccio correnti, domani vado a New York per un convegno…», così come Giachetti fa Giachetti, «la gente non ne può più di aspettare le riforme da trent’anni».

Esplicito, cita subito la Bicamerale, e sono fischi e applausi, come da 27 anni a questa parte. Perché la verità è che il passato “morde” ancora, con l’ex premier che dice deciso che «non è vero che non abbiamo fatto niente»: è il suo modo di rintuzzare la famosa rottamazione che tanto gli ha fatto – personalmente – male. Non c’entra niente la mia riforma che fu – spiega D’Alema – con questa: e via con l’elenco di critiche. Si divincola, dal suo passato di riformatore paziente e sfortunato, perché sa che questa è la linea d’attacco di Giachetti, sulla falsariga seguita dal premier che a Lecce tirò fuori una copia del libro dalemiano “Un paese normale” dove l’allora capo dei Ds teorizzava le riforme istituzionali che secondo i renziani si ritrovano in quel testo Boschi-Renzi che oggi D’Alema boccia senz’appello.

La corda popolare la tocca anche Giachetti, aggressivo, «si sono fatte solo chiacchiere» – e in platea una signora urla proprio «chiacchiere!» quando si nomina la Bicamerale – perfido nel ricordare a D’Alema il programma di Occhetto con il superamento del bicameralismo. Non ha un’oncia di timidezza, il vicepresidente della Camera, si prende applausi e qualche buuh quando “tocca” l’avversario sui «consigli ai grillini» di D’Alema e l’altro fa origami, chi lo conosce sa che si sta seccando, forse non si aspettava una durezza simile.

Lui, il lider Maximo, è ritornato sul palcoscenico della lotta politica (esterna e interna al Pd) e fiuta un’aria buona per la sua battaglia contro il premier-segretario. È Massimo D’Alema il leader del No (del No di sinistra) e non perché così la racconta Renzi ma perché è proprio D’Alema che mette in piedi in Comitati per il No, lui e non Bersani o Cuperlo, che pure sono per il No ma non vogliono organizzare – loro – i Comitati. Ce l’ha, i suoi seguaci, in sala, che urlano contro Giachetti. E la platea si scalda al suo interno, molto animosamente. Già, come dicevamo la platea è il terzo (o il principale?) protagonista della serata. Diviso fra la storia di ieri e il racconto di oggi, al tempo stesso perplesso e determinato, smarrito e sicuro di sé, è un popolo dem che si sta un po’ incattivendo mentre si guarda allo specchio prima di scegliere dove andare.

 

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