George Harrison, 45 anni fa il primo concerto di beneficenza della storia

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Bob Dylan, Eric Clapton, Ringo Starr, Ravi Shankar, e tanti altri, il 1 agosto del 1971 si esibiscono al Madison Square Garden con l’intento di raccogliere fondi da destinare alla popolazione del Bangladesh, martoriata dalla guerra. Ma dietro all’evento, organizzato da George Harrison, si nascondono anche una serie di leggendari retroscena

Il 26 marzo del 1971 scoppia la guerra di liberazione del Bangladesh, che termina il 16 dicembre dello stesso anno dopo aver provocato l’esodo di dieci milioni di Pakistani in India, carestie che fanno un milione di morti e una quantità enorme di bambini orfani. Alla fine del conflitto, grazie all’intervento dell’India, il Bangladesh, una porzione orientale dello stato pakistano, può dare seguito alla dichiarazione d’indipendenza promulgata mesi prima, diventando una democrazia parlamentare.

L’anno precedente, il 1970, vede lo scioglimento dei Beatles; i quattro di Liverpool incidono così profondamente nel contesto socio-culturale da fornire l’illusione che la musica possa cambiare la realtà. Ma per quanto l’impatto dei baronetti sui costumi e la mentalità dell’epoca è devastante, il primo tentativo concreto di intervenire sulla storia avviene solo nell’agosto 1971, ad opera di George Harrison. L’ex Beatle viene sensibilizzato alla causa Bengalese da Ravi Shankar, celebre musicista indiano che insegna al chitarrista a suonare il sitar. L’ex fab four nel giro di pochi mesi riesce a mettere in piedi quello che è a tutti gli effetti il precursore dei concerti di beneficenza. Il 1 Agosto del 1971 si tengono due show al Madison Square Garden, che portano sul palco gli artisti più blasonati in circolazione; tutti uniti per una sola causa: raccogliere fondi per aiutare la gente che sta vivendo sulla propria pelle le conseguenze della guerra. Dall’evento viene prodotto un film/concerto e un album, di tre lp, co-prodotto dallo stesso Harrison e da Phil Spector.

Ma la storia non è così lineare come la vulgata popolare vuole far credere, e parallelamente al concerto per il Bangladesh è venuta alla luce un’aneddotica curiosa e rivelatrice, che ci informa su vezzi, difficoltà e stranezze congenite a un evento del genere. Una delle prime cose che saltano all’occhio, guardando la scaletta dello show, è la mancanza di John Lennon e Paul McCartney: entrambi invitati da Harrison, così come Ringo Starr, che invece accetta con entusiasmo. In realtà tutti e due sono sul punto di esibirsi; Paul chiede come condizione della propria partecipazione la possibilità di accomodare a proprio favore la causa penale intentata l’anno prima agli altri tre membri della band: richiesta che viene prontamente declinata dal resto del gruppo. John invece si presenta regolarmente al concerto, ma pretende di esibirsi con Yoko Ono. Il secco rifiuto di George Harrison provoca le ire della Ono e un violento litigio tra i due coniugi: si racconta di un paio di occhiali di John Lennon che volano lontano per infrangersi al suolo e della fuga del cantante in aeroporto, con una inviperita Yoko Ono piantata in asso poco prima dello show.

Di altra natura i motivi della defezione di Mick Jagger: il frontman dei Rolling Stones si è da poco trasferito in Francia, e i tempi ristretti in cui Harrison organizza il concerto non gli consentono di ottenere un visto in tempo utile. Altrettanto difficoltosa si rivela l’impresa di far suonare Bob Dylan ed Eric Clapton: il primo accetta all’ultimo momento, preso com’è in un periodo di solitudine quasi “ascetica”; mentre Clapton attraversa una forte dipendenza dall’eroina. Arriva in America e manda la sua fidanzata a cercare droga per la strada: alla fine gli viene fornito del metadone con il quale riesce a rivitalizzarsi quel tanto che basta per esibirsi.

La nota più stonata di questo leggendario capitolo del rock è però il comportamento delle autorità americane e britanniche. Inflessibili nell’imporre pesanti tassazioni, nonostante perfino le case discografiche abbiano rinunciato alle loro royalties, costringono Harrison a sborsare un milione di sterline di tasca propria per soddisfare le richieste degli esattori. In un incontro che il baronetto ha con l’allora sottosegretario delle finanze britanniche, alle legittime rimostranze del chitarrista, che spiega come un comportamento così intransigente non solo ostacola la raccolta di beneficenza, ma lo avrebbe “costretto ad espatriare, con i suoi soldi, come hanno fatto tutte le altre grandi rockstar”, la fredda e laconica risposta del funzionario inglese è perentoria: “Questa decisone, signore, è a sua totale discrezione”.

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