Generazione Leopolda: chi sono e cosa pensano i giovani che popolano la kermesse

Leopolda 2015
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Non solo politica, ma anche amicizie che si ritrovano ogni anno. La nostalgia dei renziani della prima ora? «Macché, noi guardiamo sempre avanti»

«Se non ci sei mai stato, non lo puoi capire». Quando chiedi a un leopoldino che cosa ha di speciale la Leopolda, nella maggior parte dei casi ti risponderà così. E non lo fa per retorica o per fanatismo politico. Ma perché è vero che la kermesse renziana ha sconvolto le liturgie tipiche delle manifestazioni politiche, che – con poche eccezioni – hanno mantenuto un tratto di continuità che parte perfino dalla Prima Repubblica. Venerdì prossimo tornerà invece a rianimarsi per tre giorni nei padiglioni dell’ex stazione fiorentina quell’intreccio di idee, passioni, amicizie, ambizioni che annualmente è chiamato a rinnovarsi, pur rimanendo in fondo sempre uguale a se stesso. Ci sarà il palco, ci saranno gli interventi, ci saranno l’apertura e – soprattutto – la chiusura di Matteo Renzi, non ci saranno i tavoli di lavoro, che hanno contraddistinto le passate edizioni e saranno invece rimpiazzati quest’anno da nuove forme di confronto, ancora da definire nel dettaglio.

«La generazione Leopolda adesso è al potere – ha spiegato pochi giorni fa Renzi, intervistato dal Corriere della sera – dobbiamo dimostrare di cambiare la politica senza permettere alla politica di cambiare noi». Ma quando parliamo di “generazione Leopolda” non dobbiamo pensare solo a quel gruppo dirigente che oggi è impegnato al governo, in parlamento, nelle partecipate statali, negli enti locali. All’ombra di quella stazione stanno infatti crescendo centinaia di giovani e giovanissimi che non hanno alcun incarico o, tutt’al più, sono segretari di circolo o consiglieri comunali. Ragazze e ragazzi che si sono avvicinati alla politica proprio grazie alla Leopolda e che ogni anno tornano a Firenze per ritrovarsi e ritrovare quello spirito che li ha conquistati e che «se non ci sei stato, non puoi capire».

«Arrivi, sei un perfetto sconosciuto per tutti e puoi salire sul palco a dire la tua o confrontarti con ministri e parlamentari», racconta la sua esperienza Dario Ballini, attivista divenuto tra i più noti sui social e nel Pd sul tema dei diritti civili.

La definizione più azzeccata è forse quella di Mattia Peradotto: «È un incontro dei non invitati. Nel 2011, quando sono andato la prima volta, non ho trovato personale politico uscito dalle scuole di partito, ma solo persone che volevano essere protagonisti di una nuova stagione, accomunati da una certa idea della politica, come passione e come servizio, con la volontà di rompere gli schemi della sinistra degli ultimi quindici anni».

In un contesto così, è facile sentirsi protagonista, anche se sei solo uno tra le migliaia di presenti. «Avevo iniziato da poco a fare politica nel Pd quando sono andata per la prima volta nel 2012 – spiega Benedetta Scagnelli – ero abituata a essere l’ultima della fila, quella chiamata solo per riempire la sala quando si organizzavano le iniziative. Lì invece ho trovato un ambiente totalmente diverso: nessuno controlla il tuo pedigree». E inoltre – aggiunge Silvia Dalle Rive – «ho trovato un’idea di politica attiva applicata al territorio, perché è da lì che si deve iniziare per appassionarsi alla politica».

«Poi pian piano la spontaneità è diventata voglia di ritrovarsi, si è costruito un senso di appartenenza a una direzione comune. Qualcuno è sceso, qualcun altro è salito… ma si sa, i grandi viaggi sono così». A parlare con una saggezza che non tradisce la sua età è Marco Pierini, considerato da tutti la mascotte della Leopolda: 19 anni, alla kermesse da quando ne aveva 15 e sul palco per intervenire già l’anno dopo, con tanto di interviste sui giornali e ospitate in tv. È lui che ci introduce l’altra faccia della medaglia, quella più emotiva: «Abbiamo costruito rapporti che esulano dalla politica, anche affettivi, relazioni tra amici che condividono una base comune di sensazioni e aspirazioni».

Una fitta rete di relazioni che durante l’anno si mantiene soprattutto grazie ai social network. È per questo che l’appuntamento annuale a Firenze diventa così importante. Ed è (anche) per questo che quest’anno la mancata convocazione per la data tradizionale di fine ottobre aveva preoccupato gli aficionados. «Si aspetta la Leopolda anche per stare insieme – spiega Benedetta – lì diventa tutto molto fisico: abbracci, mani che si stringono, anche tra persone che si sono viste solo poche volte nella vita». Come sintetizza Dario, «in un partito si può essere compagni senza essere amici. Alla Leopolda, invece, ritrovi i veri amici». Insomma, contrariamente a quello che si pensa dall’esterno, «non c’è solo una connessione tra il leader e la base – precisa Mattia – ma prevale la connessione tra noi che partecipiamo».

È per questo che, quando andando avanti con gli anni la stazione si è riempita sempre più, diluendo il tasso di “renzismo” presente, qualcuno si è risentito. Non tra i più giovani, però, che sembrano interpretare lo spirito più puro della kermesse. «Per il leopoldino non esiste nostalgia, perché la Leopolda è per definizione cambiamento, guardare sempre avanti», spiega efficacemente Marco. Anche Dario non ha mai avuto «la crisi del renziano della prima ora contro quello della seconda ora. Più gente si avvicina alle nostre idee e meglio è». E Mattia racconta: «Giorgio Gori alla summer school di FutureDem – l’associazione nazionale di giovani nata dall’esperienza della Leopolda su iniziativa dello stesso Peradotto e di Giulio del Balzo e diventata una delle esperienze più attive all’interno del Pd – ci disse che noi “della prima ora” non dobbiamo pensare che ci sia dovuto qualcosa. Piuttosto, dobbiamo essere bravi a costruire un amalgama ben riuscito, a non ripetere gli errori compiuti da altri a sinistra, da quelli che si considerano più “puri”».

Ecco allora che il tema si ribalta. Perché, come ci racconta Benedetta, «c’è una parte del popolo della Leopolda che ancora fatica a entrare nel Pd in alcuni territori, perché è il partito che fa fatica ad aprirsi. È come se resistessero ancora due mondi diversi. Ho la speranza che prima o poi riusciranno a fondersi, ma credo che solo i “nativi democratici”potranno riuscirci».

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