Gangster e aristocratici. Così lontani, così vicini

Trailer
Una foto di scena di 'Legend', film di chiusura della Festa di Roma e ora in sala dal 3 marzo 2016 con 01 in 200 copie. Il film firmato da Brian Helgeland (L.A. Confidential, Mystic River) vede un geniale Tom Hardy (candidato agli Oscar come miglior attore non protagonista di Revenant - Redivivo) che si sdoppia per raccontare la leggenda dei gemelli Kray (Reggie e Ronnie), due gangster dell'East End che avevano in quegli anni in mano Londra. ANSA/ UFFICIO STAMPA   +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Il film di Helgeland racconta come il Male possa essere affascinante: è la storia di due gemelli, entrambi interpretati da Tom Hardy, diventati “leggenda” nella Londra anni ‘50-’60

“I gangster e gli aristocratici hanno molte cose in comune. Si annoiano, non hanno valori morali e hanno a disposizione ingenti somme di denaro che non hanno dovuto guadagnarsi lavorando”. Come non essere d’accordo? È su questa frase, pronunciata dalla voce fuori campo di Frances Shea (innamorata poi disamorata del protagonista) che si regge la “morale” di Legend, curiosissimo film britannico che potrebbe sembrare una banale gangster-story ma è invece, forse, quasi sicuramente, qualcosa di più. Ronald e Reginald Kray erano gemelli (nati nel 1933) e divennero una “leggenda”, appunto, nella Londra a cavallo fra gli anni ’50 e ’60. Controllavano la vita notturna della Swingin’ London e facevano affari con tutti. Furono arrestati nel ’68 e nonostante il conclamato coinvolgimento in reati di ogni genere, inclusi alcuni omicidi, ci fu un robusto movimento d’opinione per farli scarcerare. Diede il suo contributo anche il cinema: nel ’90 Peter Medak (autore del famoso La classe dirigente) diresse un film intitolato The Krays in cui i gemelli erano interpretati da due fratelli, i membri degli Spandau Ballet Gary e Martin Kemp. Per cedere i diritti della loro storia i Kray ricevettero 255.000 sterline.

Legend parte da un approccio diverso, se non altro perché racconta la storia dal punto di vista di Frances Shea, la ragazza che sposò Reginald, lo lasciò dopo soli otto mesi di matrimonio e si suicidò nel 1967 (alcuni testimoni sostennero, anni dopo, che l’avesse in realtà uccisa Ronald, in un attacco di gelosia per il fratello). Il regista-sceneggiatore Brian Helgeland, partendo da un libro di John Pearson, racconta i Kray nel modo giusto: c’è profonda empatia per i personaggi, come è giusto in ogni racconto, ma non c’è mitizzazione né apologia. La “leggenda” è nei fatti: tutti conoscevano i Kray nella Londra dell’epoca e non poche celebrità, da Diana Dors a Frank Sinatra, frequentavano i loro locali e non disdegnavano di farsi fotografare con loro. Erano delle star, e il film è un racconto morale su questo tema: come il Male possa essere affascinante.

La storia dei gangster al cinema oscilla sempre fra ammirazione e riprova zione. Basti pensare ai numerosi ritratti di John Dillinger, il famoso rapinatore degli anni della Depressione. Senza andare tanto lontano, Kim Rossi Stuart ha impersonato Renato Vallanzasca partendo da una forte fascinazione personale per il “bel René”. Se si tengono le giuste distanze (non sempre succede) non c’è nulla di male. D’altronde il fascino dei gangster agisce anche sul pubblico, basti pensare alle migliaia di lettere femminili che Vallanzasca riceveva in carcere. Nel caso dei Kray, il loro essere gemelli rende tutto ancora più ambiguo. Il film gioca molto sulla loro diversità psicologica: Reginald è la mente del duo, è lucido, intelligente, è bifolco tra i bifolchi e snob tra gli snob, ama Frances sinceramente; Ronald è dichiaratamente gay (nella vita si dichiarava “bisexual”), è clinicamente pazzo, ha un difetto di pronuncia, è goffo ma vanitoso, ama fare citazioni colte a vanvera (quando Reginald esce di galera lo accoglie come “Agamennone tornato a Itaca”).

Lo sdoppiamento rende la ricostruzione d’epoca ancora più sfaccettata. Helgeland dà alla storia e ai personaggi una profondità notevole, arricchendola – lui che è americano – con molti azzeccati rimandi alla Gran Bretagna postbellica, duramente provata dalla guerra e disposta a tutto per vivere una vita migliore. La scena del gangster rivale arrestato proprio nell’istante in cui Geoff Hurst segna il “gol fantasma” nella finale dei Mondiali ’66, tra Inghilterra e Germania, è un segno dei tempi commovente. Ed è solo uno dei tanti. Tom Hardy interpreta entrambi i gemelli, grazie ai miracoli del digitale. Non è la prima volta (pensate a Jeremy Irons in Inseparabili; per altro Totò, in Totò diabolicus, ne faceva sei!) ma la prova dell’attore londinese è superlativa. Il doppiaggio lo penalizza, ma la mimica è meravigliosa. Buon per DiCaprio che l’Academy non se n’è accorta: di Oscar ne avrebbe meritati due, non uno solo.

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