Gabo, Fidel e Macondo. Vita magica di un Nobel

Letteratura
Colombian Nobel prize winner Gabriel Garcia Marquez salutes the audience at the Convention Center in Cartagena (Colombia), Monday 26 March 2007, during the inauguration of the IV Congress of the Spanish Language.
ANSA/Ricardo Maldonado

Un documentario di Justin Webster narra il mondo complesso di Garcìa Márquez. Tra viaggi, fame, Cuba e ballerine di Cumbia

Nel 2007, con l’introduzione di Vargas Llosa, fu pubblicata una nuova edizione di Cent’anni di solitudine, il romanzo più famoso di Gabriel Garcìa Márquez, premio Nobel per la Letteratura nel 1982. Sempre nel 2007, durante il IV Congresso Internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena, Cent’anni di solitudine fu votato «la seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta», preceduta solamente da Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes.

Basterebbe quest’episodio a commentare la leggendaria figura di “Gabo”, come lo chiamavano affettuosamente gli amici e gli ammiratori, probabilmente il più grande scrittore dell’America Latina, assieme a Jorge Luis Borges e Julio Cortàzar. Esponente di punta del filone del “realismo magico”, giornalista, scrittore, sceneggiatore e critico cinematografico, intellettuale politicamente impegnato, viaggiatore, amante dell’avventura, Márquez era dotato di una personalità complessa, composta di polistrati e di chiaroscuri che si alternavano a incupirne e ad abbagliarne le giornate della sua esistenza.

Ad indagare la vita e la personalità del grande scrittore colombiano ha provveduto un regista evidentemente oltremodo appassionato delle sue opere, l’inglese Justin Webster, autore del documentario Gabo – Il mondo di Garcìa Márquez, da ieri nelle sale, che ce ne racconta la vita, dall’infanzia di umili origini alla sua consacrazione a livello mondiale. Webster parte da Aracataca, il povero paesino di 5- 10mila abitanti, a nord della Colombia (il cui nome aveva ispirato a Márquez il mondo magico di Macondo), dove Gabo era nato, il 6 marzo 1927, primogenito di 16 figli.

Lo scrittore Juan Gabriel Vásquez e Aida Garcìa Márquez, sorella di Gabriel, illustrano al regista i luoghi che ospitarono l’infanzia di Gabo, la casa, la scuola, le strade in cui giocava con gli amici, il bordello La Hora, dove fu iniziato al sesso all’età di 12 anni. «Stavo in una casa dove nasceva un fratello ogni anno – commenta Márquez in un’intervista d’archivio -. Non c’era altra soluzione che andarsene».

Nel 1943, lo scrittore è a Bogotà, dove frequenterà i corsi universitari di giurisprudenza e scienze politiche. Conosce Mercedes, il grande amore della sua vita, sostiene Jorge Eliécer Gaitán candidato alla presidenza, brutalmente assassinato dagli avversari politici. Márquez è coinvolto nei disordini popolari provocati dall’eliminazione di Gaitàn: la pensione dove alloggia viene incendiata, assieme ad altri edifici.

Alcuni scritti di Gabo, che già si esercitava come giornalista, vanno perduti. La violenza è il nuovo fenomeno che invade la letteratura, mentre solitudine e nostalgia sono i temi costanti degli scritti di Marquez che si sposta a Cartagena e a Barranquilla e che porta a termine il suo primo romanzo Foglie morte, cui seguirà Nessuno scrive al colonnello che l’autore definisce il suo miglio libro. «Racconta esattamente come vivevo allora: solitario, isolato, senza soldi per mangiare».

Ma non è solo Màrquez a raccontare se stesso nell’incalzante documentario di Webster: davvero preziosi sono i ricordi dei suoi familiari, amici, scrittori, giornalisti e politici che lo hanno incontrato nell’arco della sua vita. Gabo contiene importanti testimonianze di diverse personalità (fra queste l’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, suo profondo estimatore) e ne traccia un racconto che rivela nei dettagli il profilo dell’uomo e quello dell’artista.

Servono tante voci per raccontare una vita come quella di Gabriel Garcìa Márquez: le voci dei suoi connazionali, incrinate dall’orgoglio e dall’entusiasmo; le voci dei potenti del mondo, dei suoi colleghi, dei letterati. Le voci di chi si è specchiato nella sua fantasia traendone il coraggio, e la fierezza, di andare avanti. E accanto a quelle voci il suo volto, il suo sorriso, la sua gentilezza, la sua semplicità, l’essere «con la gente, tra la gente».

Gabo, grazie anche alla concessione di rare immagini e riprese di vari archivi, è un film che appassiona e, talvolta, commuove. Che scava nel profondo dell’impegno civile di un uomo che ha fatto della coerenza il muro portante della sua esistenza, dal giornalismo alla letteratura, senza mai prescindere dall’aspetto umano. Che racconta senza filtri lo scrittore capace di disegnare personaggi talmente reali da farli sembrare esistiti da sempre. Un uomo che ha saputo, ancora in vita, diventare leggenda.

Il regista Webster è una guida affidabile e complice quando ci invita nei bar e nei café della Colombia e del Messico, dove Márquez incontrava amici e colleghi. Suggestive, inoltre, le riprese dei fiumi e della natura in Colombia, mentre trascinano davvero le immagini di Cuba, in festa per la rivoluzione e per il suo lider maximo Fidel Castro. Nel ’59, troviamo lo scrittore a Cuba, entusiasta di Castro e del “Che”, al punto da decidere di mettersi a disposizione, come giornalista, della rivoluzione.

Lavora alla Prensa Latina, agenzia d’informazione cubana, e ne diviene il corrispondente da New York. Diventa anche sceneggiatore cinematografico di successo. Si dondola per un po’nei vantaggi delle belle cose (casa, auto, eccetera) che gli permettono i suoi ricchi compensi, ma poi gli sopraggiunge la noia. Incontra il famoso scrittore messicano Carlos Fuentes col quale lega fortemente anche se sono nette le divergenze politiche e letterarie. Márquez si trasferisce in Messico e decide di dedicarsi con esclusiva concentrazione alla sua nuova creatura letteraria, che ormai spinge per venire fuori. «Sarà un nuovo modo di raccontare, non più biografico e realistico.

Descriverò un mondo immaginario che , però, sentiremo come intimo e familiare», annuncia Gabo. Márquez non vuole seccature, interruzioni, o distrazioni. Affida ogni cosa alla moglie, che con qualche fatica contiene le rimostranze del padrone di casa, creditore di tre mesi di affitto: «Quanto tempo ti serve per finire il nuovo libro?», chiede la donna a Gabo: «Sei mesi», le risponde. «Allora dovrete aspettare altri sei mesi- dice al proprietario -. Poi, tutto vi verrà saldato». È il 1967 e in quell’appartamento nasce il realismo magico di Macondo, nasce Macondo come metafora dell’America Latina, nasce il capolavoro Cent’anni di solitudine,“il big bang della letteratura di lingua spagnola”. «È un racconto mozzafiato della vita mentre accade», osserva Bill Clinton che con Márquez aveva anche progettato un piano per togliere l’embargo a Cuba.

Cent’anni di solitudine conquista il pianeta con milioni di copie. Poi, arriverà anche il fiasco de L’autunno del patriarca e la decisione, nel ’73, di non scrivere più, in segno di protesta contro la dittatura di Pinochet. Promessa che, per fortuna, Gabo non mantiene, così che ci regalerà altri due capolavori, L’amore ai tempi del colera (scritto dopo il Nobel, sul padre: il libro della riconciliazione) e Cronaca di una morte annunciata.

Il regista Webster è stato bravo a trovare e ad assicurarsi le immagini sfarzose della premiazione del Nobel, nell’ ‘82, con annessa sfilata di ballerine colombiane di Cumbia. «La letteratura per me è solamente un hobby –scherza Márquez -. In realtà amo essere maestro di Cumbia». Poi, Gabriel Garcìa Márquez cambia registro: «Tutti i miei romanzi sono sull’amore – dichiara-. Farò diventare di moda la felicità». Infine, il “doc”ci mostra Màrquez che riflette sulla morte qualche tempo prima della sua scomparsa, il 17 aprile 2014, a 87 anni: «Credo che la morte sia un tradimento. Cosa possiamo fare per evitarlo? Scrivere molto».

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