Fuga per la vittoria. Il filo interrotto tra leader e città

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Il fenomeno è diffuso in tutto il panorama politico: Renzi non vuole personalizzare i ballottaggi, Parisi non vuole Salvini, Raggi e Appendino marginalizzano Grillo

“Al ballottaggio non c’è più il voto sul partito o sul governo, c’è il voto per scegliere il sindaco, il voto sulla persona, sulle idee, sui programmi”. Meno di 24 ore dopo il voto del primo turno, Roberto Giachetti, candidato sindaco di Roma, dava così il via alla sua seconda fase di campagna elettorale in vista del ballottaggio del 19 giugno. In queste parole c’è il senso di un fenomeno diffuso in tutto il panorama politico italiano: il voto è locale e adesso la partita se la gioca chi ci ha messo la faccia. Ed ecco che allora, nell’ultima settimana di campagna, sarà molto difficile vedere i leader nazionali a braccetto dei candidati.

Tra questi c’è il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi, impegnato a non trasformare i ballottaggi in un referendum sul governo o sulla sua persona. “Se il Pd perde a Roma e a Milano, non ho intenzione di dimettermi. Il voto su cui si giocherà il futuro del governo è quello del referendum costituzionale di ottobre”. Tant’è che nel giorno della chiusura della campagna elettorale, prima del silenzio di 24 ore, il premier sarà in Russia ad incontrare Vladimir Putin e aiutare gli imprenditori italiani a stringere accordi commerciali, invece che a fianco dei candidati. Un atteggiamento che assume un significato strategico, dato che un altro leader nazionale, Matteo Salvini, sta facendo carte false per convincere (per ora senza riuscirci, almeno in maniera ufficiale) i vertici del Movimento 5 Stelle a siglare una sorta di alleanza proprio in chiave anti-governativa.

Proprio quel Matteo Salvini che, per esempio, il candidato sindaco del centrodestra Stefano Parisi sta facendo di tutto per tenere ai margini della sua campagna elettorale. Lo stesso Parisi, d’altronde, ha detto di volersi rivolgere all’elettorato moderato per recuperare i voti necessari alla vittoria, non propriamente il bottino di caccia preferito del ‘felpato’. L’ex city manager di Gabriele Albertini ha specificato che non ci saranno comizi di chiusura della campagna elettorale, “solo una festa a cui se vogliono possono partecipare anche Salvini o la Gelmini ma in cui prenderò la parola solo io”.

Anche Beppe Sala, come del resto Giachetti a Roma, cerca di affrancarsi dalla scomoda definizione di ‘candidato renziano’ nel senso stretto del termine. Dalla loro, i due, a differenza di tutti gli altri candidati, possono rivendicare di essere stati scelti attraverso un percorso di partecipazione popolare come quello delle primarie e non in stanze chiuse come quelle di Villa San Martino ad Arcore. E’ chiaro che anche dietro questo atteggiamento di Sala e Giachetti, così come di Piero Fassino a Torino e di Virginio Merola a Bologna, c’è la volontà di de-potenziare uno scontro che nessuno ha l’interesse diventi un referendum sul governo.

Cambia partito (anzi Movimento), non cambia la sostanza tranne la novità (a sorpresa) peraltro non confermatdi un Beppe grillo a fianco di Virginia Raggi il 17 a Ostia. Ma la Appendino fa da sola. E comunque continua ad aleggiare l’accusa alle due candidate di essere etero-dirette dallo staff di Grillo (e della Casaleggio Associati),  e d’altra parte la presenza ingombrante della figura ormai stanca del vecchio leader rischia di intaccare la narrazione (che ha fatto breccia nel cuore di diversi media nazionali) delle due “ragazze” che da sole sfidano il sistema.

Tutto questo riflette, almeno, altri tre argomenti:

1- Alla luce di quanto scritto finora è evidente che nessuno dei leader nazionali in campo può dire di aver vinto le elezioni amministrative, almeno per quanto riguarda il primo turno. E, soprattutto, nessuno esce da questa tornata con la propria immagine pubblica rafforzata, o quantomeno non abbastanza per essere spesa in pompa magna negli ultimi giorni di campagna elettorale.

2- Il voto di fedeltà è un oggetto sempre più raro nel panorama politico italiano. Una volta era sufficiente che il segretario o il leader nazionale di un partito si facesse vedere in città per spostare una discreta massa di voti sicuri. Ora la volatilità elettorale è praticamente totale e quindi fa molta più breccia una buona idea di amministrazione piuttosto che un’indicazione di voto calata dall’alto.

3- Il comizio elettorale, in quanto tale, ha perso la sua efficacia. Ai romantici della politica non farà piacere leggere queste parole, ma l’impressione è proprio questa (confermata, tra gli altri, proprio da Stefano Parisi). Ora, a livello di comunicazione, vale più forse un buon post su Facebook o un video ben strutturato. I tradizionalisti si possono consolare con il sempre valido porta a porta. Ma, soprattutto, rispetto alle parole valgono molto di più i fatti.

(Foto di Juan Felipe Rubio – Flickr)

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