Fuga da Londra, le imprese che possono arrivare in Italia

Brexit
Skyscrapers in City of London,( Lloyds of London, Tower 42, Aviva and the Gherkin)

Dall’industria finanziaria alla manifattura, ecco chi potrebbe davvero trasferirsi nel Belpaese

A due settimane dal divorzio tra Londra e Bruxelles, proseguono le manovre italiane per portare a Milano un pezzo della City, una delle piazze finanziarie più grandi al mondo.

“Dobbiamo essere pronti a mostrarci come ottima alternativa” aveva detto qualche giorno fa il sindaco di Milano. E a ribadirlo oggi è lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi in visita al capoluogo lombardo: “Stiamo provando con Beppe Sala a convincere i grandi investitori che sono a Londra a portare qui i loro capitali”.

Ma chi potrebbe davvero trasferirsi a Milano e soprattutto qual è la posta in gioco sul piano economico-finanziario?

Da una parte ci sono l’Eba e l’Ema, le due authority europee deputate a sorvegliare rispettivamente le banche e i farmaci. Dall’altra ci sono le più grandi banche e fondi d’investimento del pianeta che fino a oggi operavano a Londra.

I numeri della City
L’industria finanziaria e dei servizi ha dei numeri mastodontici: rappresenta l’11,8 per cento del Pil britannico, offre un contributo di 190 miliardi di sterline all’economia, genera un surplus annuale di 77 miliardi, manovra una massa di 1,3 trilioni di miliardi di “asset” in euro e impiega 2 milioni e duecento mila persone, due terzi dei quali a Londra.

Le mosse del governo italiano
Il progetto che ha in mente Sala assieme al premier Renzi per provare a portare parte di questa ricchezza poggerebbe le basi sulla possibilità che Milano diventi la prima area in Italia a sperimentare una zona a fiscalità agevolata, cosiddetta “zona franca”. Una mossa che agevolerebbe senza dubbio l’attrazione degli investimenti dalla City.

Perché le grandi banche d’investimento devono abbandonare Londra
I trattati prevedono che le stanze di compensazione finanziaria, cioè quei luoghi in cui dopo ogni giornata di contrattazione si fanno le operazioni di dare-avere, debbano avere residenza all’interno dell’Unione europea. Ciò significa –ha spiegato qualche giorno fa Roberto Sommella in una nostra intervista – che molte delle banche anglosassoni e internazionali che oggi hanno sede a Londra dovranno spostarsi. Potrebbe esserci una trasmigrazione di centinaia di miliardi di euro dalla Gran Bretagna all’Unione europea. E quindi in parte – è la speranza del governo italiano – anche a Milano.

Tra le banche americane che pensano già ad una futuro quartier generale nel Vecchio Continente fuori da Londra c’è la statunitense Jp Morgan, che nel Regno Unito impiega 16mila persone. In un’intervista a Il Sole 24 Ore, il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon ha spiegato che “lo scenario peggiore è quello di spostare alcune migliaia di dipendenti in altre sedi nell’Eurozona, anche se la maggior parte delle persone dovrebbe rimanere in Gran Bretagna”. Prima del referendum, Dimon disse che il trasferimento avrebbe potuto riguardare 4.000 persone.

Anche Morgan Stanley, secondo quanto riferito dalla Bbc, sarebbe pronta a trasferire 2mila dipendenti dalla sua sede di Londra in un altro Paese a seguito della Brexit. Mentre per Goldman Sachs, forte sostenitrice finanziaria della campagna Remain, la strategia d’investimento non dovrebbe cambiare di molto.

L’esodo delle aziende
Con la Brexit Londra non sarà più agganciata ai trattati europei. Significa che dovrà riempire il buco giuridico con nuove leggi e non è detto che queste siano a favore del mercato unico. Per provare a capire quale potrebbero essere le conseguenze sulle imprese, l’Institute of Directors, organizzazione che rappresenta oltre 30mila manager da start-up a grandi multinazionali, ha condotto un sondaggio fra oltre un migliaio dei suoi iscritti. Circa il 20%, riferisce il Guardian, sta prendendo in considerazione l’ipotesi di spostare una parte del business fuori dal Regno Unito. La causa principale rimane l’incertezza sugli accordi che saranno raggiunti e che permetteranno o meno agli istituti di credito britannici di operare nell’Unione Europea.

Dall’areonatica all’automotive
L’amministratore delegato del gruppo aeronautico europeo Airbus group (con un un’importante filiale nel Regno Unito) ha detto chiaramente che rivedrà la strategia di investimento in Gran Bretagna, “come del resto – ha tenuto a sottolineare – faranno gli altri”.

Le conseguenze potrebbero raggiungere anche l’industria automobilistica. Matthias Wissmann, presidente dell’associazione tedesca dell’automotive Vda, ha parlato di effetti sul sistema produttivo che, com’è noto, vede la presenza in Gran Bretagna di numerosi costruttori esteri – come Nissan, Toyota e Honda – oltre a quella dei marchi inglesi Jaguar, Land Rover, Rolls-Royce, Bentley e Aston Martin che sono però sotto il controllo di investitori esteri.

Insomma, Milano per riuscire nel proprio intento di attrarre anche solo una piccola parte delle aziende in fuga dovrà lavorare molto e affrontare un’agguerrita concorrenza. A cominciare da Dublino, capitale del Paese anglofono a due passi da Londra che ha un’aggressiva agenzia nazionale per gli investimenti e un hub finanziario che esiste dagli anni ’80 soprattutto nel campo del risparmio gestito. E poi c’è Parigi dove è già presente un importante distretto finanziario.

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