Frankenstein il ritorno del mostro elettrico

Cinema
Frankenstein

Due film dedicati alla creatura inventata da Mary Shelley che appare anche nella serie tv “Penny Dreadful”. Le ragioni di un mito che resiste

Se quelle della cronaca e del costume sono stagioni in cui serpeggia l’orrore, fra delitti efferati, aggressioni, stupri, terrorismo e guerre infinite, dall’industria dell’evasione e dello spettacolo arriva una cura omeopatica. La paura e l’angoscia nella fiction dovrebbero esorcizzare gli incubi della realtà. Non manca che lui, il mostro per eccellenza, evocatore di catacombe adattate a laboratori dall’aspetto rabberciato eppur sinistro, sobillatore di folle paesane armate di torce e picconi per ridurre in cenere il proverbiale castello degli orrori. Non ha un nome, ma la fama popolare lo identifica da sempre col cognome del suo creatore: Frankenstein.

L’ORRIDO VITTORIANO
Ai macabri assemblaggi di cadaveri da rianimare con l’elettricità del geniale e incompreso barone svizzero sarà certamente dedicata la prossima voga. Che ebbe già un picco nel 1994, con l’uscita di Frankenstein, diretto da Kenneth Branagh, con l’interpretazione di Robert De Niro. Oggi la creatura torna in due pellicole, Victor – La storia segreta del dott. Frankenstein, di Paul McGuigan, e Frankenstein, di Bernard Rose. Nel primo, il regista di Push e di alcuni episodi di Sherlock rivisita filologicamente il mito serbandone l’ambientazione d’epoca. Non così per il secondo, che lo traspone nella Los Angeles contemporanea, prossima alla cronologia di Blade Runner e dunque pronuba di manipolazioni genetiche e sfide biologiche. Senza dimenticare che il personaggio di Frankenstein appare anche in misura nient’affatto trascurabile nella serie televisiva Penny Dreadful, efficace assemblaggio dell’orrido vittoriano. Il romanzo di Mary Shelley veniva considerato da Isaac Asimov il primo della moderna narrativa fantascientifica. C’è infatti una separazione fra il mostro di Frankenstein e la tradizione alchemica dell’omuncolo. Qui non si tratta di un essere nato in barattolo da miscugli pasticciati di elementi con l’ausilio di formule magiche. Né analogia vi può essere col Golem, il gigante di fango e argilla che il rabbino Loew avrebbe costruito nella Praga barocca ed esoterica di Rodolfo d’Absburgo. Non evocazioni di forze oscure e comunque superiori all’uomo, bensì l’intelligenza al lavoro. Il sogno superbamente e tragicamente realizzato di Victor von Frankenstein non è quello di sostituirsi al Creatore con patti faustiani. Si tratta invece di rivendicare un potere costruttivo, forse anche demiurgico, negato dalle correnti di pensiero, malgrado sia realizzabile con la scienza e la tecnologia.

VILLA DIODATI
L’anatomia è ormai esatta, senza più il bisogno dei ladri di cadaveri per studiare la composizione del corpo. Perfino il funzionamento cerebrale non costituisce un mistero per Frankenstein. Infine l’elettricità, simbolo perfetto di un’energia al servizio dell’attività produttiva, non piùe non solo mera fonte di luce artificiale. L’evoluzione darwiniana si compie, dall’homo sapiens all’homo faber, costruttore di vita .In tema fantascientifico, inoltre, si deve evitare l’equivoco dei paragoni con i vari automi ed esseri meccanici, dall’Eva Futura di Villiers de l’Isle-Adam al dramma di Karel Capek, R.U.R. nel quale apparve per la prima volta il termine robot, oggi legato indelebilmente al ciclo di Asimov. Ecco allora che il Frankenstein della Shelley è di fantascienza, e non gotico ed horror. Oltre ad Asimov, lo spiegò benissimo lo scrittore inglese Brian Aldiss: «Non troviamo un puro gusto del meraviglioso, ma un individuo che assume il controllo di ciò che prima apparteneva solo alla natura.» Il contrario dunque dell’irrazionalità, dell’ignoto che incombe, sottolineato da lampi tuoni e musiche lugubri come in tutti i film che vi si sono ispirati. Sorge l’alba di un futuro in cui sono possibili le varianti controllate della materia allo stato bruto. E non vale neanche il discorso del mostro che sfugge al controllo del suo creatore. Nel romanzo, la creatura inizia a uccidere solo quando prende coscienza della propria diversità, in reazione a zotici che lo rifiutano, perché incapaci di comprenderne le implicazioni scientifiche.

L’ESORDIO NEL 1910
Avverte nel romanzo Victor von Frankenstein, che narra in prima persona: «Ricordatevi, non sto raccontando la visione di un pazzo.»Singolare destino di fraintendimento per un libro inquadrato nel filone che fiorì in Inghilterra tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Gothic si intitolava il film di Ken Russel dell’87 che ricostruiva le circostanze in cui fu concepito Frankenstein. Mary Shelley è la figlia di William Godwin, filosofo politico, e Mary Wollstonecraft, autrice della storica Rivendicazione dei diritti della donna, il primo documento femminista. Cresciuta con fratellastri e sorellastre, la futura autrice del Frankenstein finisce sposa al poeta Percy Bysshe Shelley. Con lui vagabonda per l’Europa, tra fame, aborti e frequentazioni letterarie. Il 16 giugno 1816 la coppia si ritrova con un’illustre cerchia di amicizie a Villa Diodati, sul Lago Lemano, nei sobborghi di Ginevra. C’è stata una spaventosa eruzione del vulcano Tamboro, nelle Indie orientali, e le ceneri addensate nella stratosfera oscurano i raggi solari, provocando l’innaturale abbassamento della temperatura. Il 1816 sarà ricordato come “l’anno senza estate”. A Villa Diodati si radunano Mary Shelley, il marito, la sorellastra Claire Clairmont, il suo amante Lord Byron e Joseph William Polidori. Shelley, forse per effetto della droga, ha l’orrenda visione di una donna con occhi al posto dei capezzoli. Nasce l’idea di trascorrere la notte con una gara: ognuno dei presenti scriverà una storia di fantasmi. Claire declina la proposta, non essendo una letterata. Byron sfornerà la vicenda di un vampiro ambientata nei Balcani, poi conclusa da Polidori. In seguito vi si ispirerà Bram Stoker per il suo Dracula. Shelley si produce nella descrizione di un fantasma fatto delle ceneri di una defunta. Polidori scrive di una donna che si ritrova col viso trasformato in un teschio. Mary Shelley si ritira in camera e sogna di un uomo in un laboratorio sotterraneo, che anima con l’elettricità una creatura composta di parti di cadaveri diversi. Frankenstein o il Prometeo Moderno esce a Londra nel 1818 per le edizioni Lackington ed è un immediato successo. La critica non tarda a vedere nella creatura un riflesso della famiglia in cui è cresciuta la Shelley, con tanti figli di genitori differenti, allargata. Perché non trarne anche una premonizione dell’umanità multirazziale e multiculturale in serbo per il XXI secolo? Quanto alla distruzione del barone von Frankenstein, s’intravede una rivincita da manuale freudiano della Shelley sul padre, quel Godwin che tanto aveva parlato di unione fra la gente e non aveva mai fatto una carezza alla figlia.

TRUCCO DI LEAKEY
L’esordio cinematografico di Frankenstein risale al 1910. Una versione muta, prodotta da Thomas Alva Edison e diretta da Searle Davies, in collaborazione con Edwin S. Porter, inventore dei film western. Nel 1920 va segnalata una pellicola italiana, Il mostro di Frankenstein, della casa produttrice Albertini, con la regia di Eugenio Testa. L’inventore del look ufficiale del mostro fu il truccatore Jack Pierce, scomparso nel 1968. Lo creò per il film tratto nel 1931 dal romanzo della Shelley, con Colin Clive nei panni del barone e Boris Karloff in quelli del mostro. Il regista è James Whale, specializzato in questo filone, che comprendeva L’uomo invisibile. La maschera della creatura è brevettata dalla Universal Studios, e chiunque vuole utilizzarla deve pagare i diritti, come accade per Lurch, il servo degli Addams. Fu così che la creatura divenne una leggenda in celluloide. Tanto più che nel 1935 si tentò di dargli moglie con La sposa di Frankenstein, sempre diretto da James Whale, con l’attrice inglese Elsa Lanchester, che sfoggiava la famosa acconciatura “elettrica” successivamente parodiata da Madeleine Kahn in Frankenstein Junior di Mel Brooks. E, a proposito… Nel romanzo della Shelley non c’è traccia di Igor, il malefico gobbo assistente di ogni Frankenstein che si rispetti. I fasti del barone maledetto e del mostro vennero rinnovati con il ciclo prodotto negli anni ‘50 dalla Hammer Film in Inghilterra. Per l’occasione fu lanciata un’altra famosa accoppiata horror: Christopher Lee e Peter Cushing. Il mostro aveva ora un trucco diverso, ideato da Phil Leakey, che ricordava le piaghe della lebbra. Anche in questo caso, comunque, niente in comune con il modello originale della Shelley. «Come posso descrivere le mie emozioni in questo momento culminante, o rappresentare la disgraziata creatura a cui con cura infinita e infinite pene avevo cercato di dare forma? Le sue membra erano proporzionate, e avevo scelto le sue sembianze mirando alla bellezza. Bellezza! Gran Dio! La sua pelle gialla a malapena copriva la trama dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano fluenti e di un nero lucente, i denti di un bianco perlaceo…» Questa è la descrizione del mostro che ne fa nel libro il suo creatore. Non il deforme manichino alto e massiccio dell’iconografia politicamente scorrettissima.

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