Frank Sinatra il secolo lungo dell’eterna star

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Cento anni fa nasceva il “crooner” che ha scalato ogni classifica, ogni cuore, ogni record. Amato, detestato resta una icona del Novecento

S embra che l’ultima frase pronunciata, l’addio al mondo che tanto l’aveva amato fu “I’m losing” (sto perdendo). La dichiarazione di una sconfitta da parte di chi non era mai stato battuto, neppure una volta, nella vita. Era il 14 maggio del 1998. Per finire Frank Sinatra, 83 anni, ci vollero quattro infarti, un ictus e sembra anche un tumore. Tempra forte nonostante due pacchetti di sigarette al giorno per oltre mezzo secolo, una bottiglia di whiskey a sera e chissà quanti altri eccessi, donne escluse, che furono la sua grande passione assieme alla musica. A cento anni dalla nascita, 12 dicembre, il Grande Circo dell’industria discografica gli ha già reso omaggio qualche giorno fa a Las Vegas con uno show tributo in cui tra l’altro Lady Gaga, con smoking e papillon, ha cantato New York New York in sua memoria.

Indimenticato, indimenticabile. Il primo “teen idol” che ebbero i soldati e i ragazzini americani negli anni Quaranta, miliardi di copie vendute, una fama crescente fino alla fine, una venerazione planetaria. Nacque a Hoboken Frank “The Voice”, contea di Hudson, nello Stato del New Jersey, proprio sulla riva occidentale del fiume Hudson di fronte a Manhattan. E le luci della Big Apple accompagnarono l’infanzia di un ragazzino che a casa mangiava il pesto preparato dalla madre ligure, Natalia Delia Garavante, e aveva le scarpe risuolate dal padre Antonio Martino, un siciliano che provò mille mestieri: ciabattino, operaio, pugile e infine vigile del fuoco. Tipica famiglia di emigranti che negli anni Trenta, in piena Grande Depressione, si unisce alla comunità di origine e si trasferisce a Little Italy. Ed è qui che Frank Sinatra inizia a cantare i pezzi di Bing Crosby: prima a scuola, poi nei localetti di New York e infine in radio, grazie I’ll Never Smile Again, il primo singolo. Il successo arriva subito, soprattutto tra le truppe americane. E poi si estende a macchia d’olio, nonostante le proteste e gli anatemi del padre che non accettò mai di avere un figlio senza un posto fisso, infatuato dallo spettacolo piuttosto che dal lavoro o dagli studi. «Mio papà cercò in ogni modo di pisciare sui miei sogni, ma non ci riuscì», disse in un’intervista.

D’altra parte Frank lo sa. Sa di avere tutte le caratteristiche per essere una star. Bello, occhi blu, fisico scattante, sorriso da rubacuori. Ma soprattutto la voce: alta, estesa, potente. Cavalca lo stile dell’epoca, a metà tra jazz e swing, ma gli aggiunge quel tono confidenziale, morbido, seducente che lo trasformerà nel più grande “crooner” di tutti i tempi, il re del Great American Songbook. Accanto alla carriera sfolgorante da cantante (con una pausa buia solo all’inizio degli Cinquanta, periodo in cui per sbarcare il lunario era costretto a tenere tre concerti al giorno al Capocabana Club di New York) c’è quella non meno importante di attore. Un Oscar come miglior attore non protagonista in Da qui all’eternità (1954), un secondo Oscar sfiorato col film L’uomo dal braccio d’oro (1955) di Otto Preminger e la consacrazione in Pal Joey accanto a Rita Hayworth e Kim Novack dove lancia The Lady Is A Tramp, title-track del musical degli anni Trenta, che The Voice marchia come sua composizione per sempre.

Solo il duetto con Ella Fitzgerald meriterebbe un capitolo a sé. Dietro Sinatra c’è una band di professionisti e amici che ha esaltato ogni momento della sua sfavillante carriera, “guaglioni” di Little Italy cresciuti a pane e jazz: i chitarristi Tony Mottola (già con Perry Como) e Al Viola, l’arrangiatore Don Costa e il fedelissimo pianista Bill Miller che aveva lavorato anche con Benny Goodman. Dopo arrivarano personaggi del calibro di Quincy Jones e Nelson Riddle a dare ancora più spessore al carattere, al sound e al carisma di Frank dei miracoli. E il repertorio non è da meno: partiture di Gershwin, Cole Porter, Rodgers & Hart, Hammerstein che cannibalizza e timbra. Sa scegliere la gente giusta al momento giusto, Sinatra. Il sodalizio con Gene Kelly, ad esempio, sarà fondamentale: con lui imparerà a ballare, quello che gli mancava per essere un intrattenitore completo. Corteggiato dalla politica – fu per altro amico di John F. Kennedy al quale presentò Marilyn Monroe – riuscì a suo modo anche ad avere un peso nella scena nazionale Usa. Sia Reagan che Nixon, ad esempio, furono letteralmente sedotti da “Old Blue Eyes” e cercarono di averlo come testimonial per le loro campagne.

Avete idea cosa volesse dire avere uno sponsor come Frank? E poi le accuse di mafia, le malefatte, gli eccessi, la sequenza di matrimoni burrascosi con Ava Gardner e Mia Farrow e con l’ultima moglie Barbara, il catalogo infinito di amanti, ma anche le azioni meritevoli come il Rat Pack con Dean Martin, Sammy Davis jr, Peter Lawford e Joey Bishop contro la segregazione razziale. Questo e molto altro ancora è stato Sinatra che ai suoi funerali volle che cantasse Tony Bennett, uno dei pochi che considerava più bravo di lui. Amato, odiato, legatissimo all’Italia (volle essere sepolto con la cravatta del Genoa), resta una delle più grandi icone del Novecento. Con quella voce unica, a cantare: “And more, much more than this, I did it my way”.

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