Francesco Lettieri: “Il videoclip come ricerca della verità”

Musica
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Abbiamo intervistato il regista napoletano, autore di molti video di successo nel panorama musicale italiano indipendente

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Francesco Lettieri

Non propriamente un videomaker. Si definisce regista e ci tiene a sottolineare il fatto che le specifiche competenze vadano rispettate: “A me viene bene fare quello, per il montaggio oppure la fotografia preferisco affidarmi ad altri”. E già dietro questa intuizione, apparentemente scontata, c’è uno dei piccoli segreti che fanno di Francesco Lettieri un caso un po’ speciale.

Lui è la firma di molti dei video che vanno per la maggiore nel mondo musicale indipendente; ma ultimamente è richiesto anche da artisti mainstream: da produttori che hanno bisogno di idee e lo chiamano perché lui è uno al quale le idee non mancano.

Napoletano, trasferitosi da un decina di anni a Roma, Francesco trova terreno fertile per le sue aspirazioni artistiche nella zona del Pigneto, a Roma, dove abita e incontra i suoi primi “datori di lavoro”

“Sono arrivato a Roma per frequentare i corsi del DAMS. Appena finiti gli studi ho iniziato con i cortometraggi. Ne ho fatti un paio. Poi sono venuti i videoclip, e da allora ne sto facendo parecchi. Tutto è cominciato perché convivevo con Giovanni Truppi, un cantautore, e il mio primo video è stato per una canzone del suo primo disco, Respiro. Il video è andato benino e quindi ho iniziato a propormi a una serie di band indipendenti che mi piacevano. Scrivevo loro su Facebook, e mi sono fatto un po’ di contatti: lavoravo anche gratis. Il secondo video che ho girato è stato Chapter two, per un musicista napoletano che si chiama K-Conjog. Con quello ho vinto qualche premio in giro per i festival e ho trovato un budget per fare i video di tutte le canzoni dell’ep di K-Conjog; ne è venuto fuori un vero e proprio cortometraggio musicale che si chiama Le storie che invento non le so raccontare”.

 

La classica gavetta e una sorta di approccio multiforme alla “materia filmica” preparano il terreno nel quale Francesco Lettieri pianta le radici della sua cifra stilistica: “Ho avuto un lungo periodo di sperimentazione – ci dice il regista – pochi euro e molta voglia di capire come si gira. Per tanti anni ho studiato per creare un mio linguaggio: e in questo senso i video sono una specie di palestra. Sono stato influenzato dai videoclip di Spike Jones, di Chris Cunningham e Michel Gondry: i classiconi degli anni ’90. Poi il cinema, del quale sono onnivoro. I film cult come Pulp Fiction e Trainspotting sono quelli che hanno acceso in me la scintilla per il cinema, ma quello che giro segue sempre degli stili molto diversi; alle volte, riguardando i miei lavori, mi chiedo quale sia l’ispirazione che informa il mio stile: se il grottesco, o la commedia, o il drammatico”.

E si scopre che, in questa commistione caotica, il faro guida si trova laddove meno te lo aspetti: un regista che forse ha poco a che fare con il mondo del videoclip ma la cui estetica è tra le più potenti nella storia del cinema contemporaneo: “Penso che se dovessi tirare fuori un nome tra i tanti che mi hanno letteralmente contagiato – continua Lettieri – sarebbe quello di Werner Herzog. In particolare mi sento affine al suo modo di guardare alla realtà, alla sua costante ricerca di una verità. Più che una questione estetica è un approccio; lui ha la capacità di attrarre le cose: accende la macchina e davanti gli capita l’impossibile. È una cosa che non si insegna e non si può imparare. Ma in quello che fa c’è sempre una grande verità e nel videoclip la verità è spesso l’ultima cosa che si ricerca. Ma nonostante ciò io cerco nei miei video di essere sincero. Di mettere sempre un gradiente di verità”.

E questo aspetto coglie in pieno una caratteristica del cosiddetto cantautorato indie italiano: anche in questo genere musicale c’è il costante tentativo di riappropriarsi di una narrazione della realtà e quindi, in un certo senso, di una verità che sembrava smarrita: “Fino a qualche tempo fa, negli anni 2000, la musica alternativa era meno personale, utilizzava linguaggi più stereotipati. Mentre oggi artisti come Calcutta o Giovanni Truppi hanno un linguaggio unico, molto personale. C’è una ricerca dell’universalità che passa attraverso un modo di essere unico, verace.”

Ed è proprio il video girato per il brano Cosa mi manchi a fare, dal disco Mainstream di Calcutta, a rappresentare il punto di svolta nella carriera di Lettieri. “Da quel momento hanno iniziato a contattarmi più frequentemente – confessa Francesco – proprio perché quel video è diventato virale. Ma devo dire che se la canzone è bella e orecchiabile e arriva un po’ a tutti, il video aggiunge qualcosa in più. Seguivo Edoardo (Calcutta) da anni, come fan. Ogni tanto gli scrivevo, gli mandavo le mie cose, cercavo di tenere vivo un contatto. Lui mi rispondeva, era gentile ma non si arrivava mai a concretizzare nulla. Poi, quando tutto si era placato e avevo quasi rinunciato all’idea di collaborare, mi ha chiamato chiedendomi un video per il suo brano. Avevo in mente un soggetto basato su di un amore tra due adolescenti stranieri nella zona di Torpignattara, a Roma: per una questione di budget abbiamo dovuto fare a meno del personaggio femminile, e questo forse è stato anche un colpo di fortuna, perché l’assenza della figura femminile si presta benissimo a rappresentare il senso della canzone. Mi ricordo che io e Francesco Coppola, l’organizzatore del video, ci stavamo confrontando sulle idee da mettere in campo, e ci chiedevamo dove avremmo potuto trovare un minorenne per il ruolo da protagonista. Casualmente ci trovavamo proprio davanti al locale del padre del ragazzino che poi ha interpretato il video. Siamo entrati, abbiamo fatto le foto, chiesto il permesso ai genitori. Fu un gran colpo di fortuna, anche perché avevamo tempi strettissimi: Calcutta ci aveva chiesto di concludere il video nel giro di una settimana. Anche se poi è uscito molto dopo.”

Nel trattare il tema del videoclip è impossibile non considerare i grandi mutamenti che lo caratterizzano negli ultimi decenni, legati indissolubilmente all’andamento del mercato musicale, alla sua drastica trasfigurazione ad opera di internet: “Prima si vendevano i dischi, c’erano le televisioni: lo scenario era completamente diverso. Oggi credo ci siano meno soldi: lo capisco dal fatto che quelli che sono entrati prima di me nel settore si lamentano perché hanno vissuto la stagione dei grandi budget: spesso cifre spropositate. Vedere dei video dell’epoca e sapere che dietro c’erano 50 milioni di budget fa un po’ strano perché spesso il livello qualitativo non giustificava la spesa. Poi c’è stato un momento di cambiamento al quale è seguito un periodo di riassestamento; bisognava capire quale fosse la strategia giusta per approcciare al nuovo mondo del video musicale: c’era gente che pensava ancora a MTV e altri che invece puntavano direttamente a Youtube”.

Ed è proprio tramite Youtube che Francesco Lettieri riesce a farsi notare, attraverso una serie di lavori che gli consentono di gestire risorse di produzione sempre maggiori: “Un budget che potremmo considerare nella norma, ma che per i miei standard era in realtà altissimo, è quello che mi è stato messo a disposizione per girare il video di Boris Ramella, Dentro Casa. Si tratta di un video molto narrativo. L’idea iniziale era raccontare una storia d’amore tra una donna e un caprone. Sul topos della bella e la bestia. Siamo anche andati a vedere un caprone ammaestrato; in realtà non era un caprone, ma una camosciata delle Alpi: un esemplare maschio, molto alto. Il problema era infilarlo in una casa: puzzava da morire ed era ingombrante. Alla fine abbiamo ripiegato su questa sorta di umanoide frutto della nostra creatività”.

Oltre alla mossa vincente, rivelata all’inizio del nostro articolo, di costruire un team di lavoro che preservi le specifiche competenze di produzione, Lettieri ci confessa un’altra chiave del suo successo: “A me non interessa particolarmente guadagnare coi video; se mi chiamano a fare le riprese di un evento pubblicitario riesco a ricavare molti soldi. Ma i video sono più che altro una questione artistica: se c’è un budget importante preferisco investirlo sulla riuscita dell’opera. Anche i miei collaboratori sono della stessa idea. Non è inusuale nascano spontanee idee del tipo “perché non facciamo un pavimento nero?”. E allora via a comprare un parquet, spendendo magari 300 euro in più per rifare il pavimento” .

Il sogno nel cassetto è quello di girare un film e, prima ancora, di realizzare alcune idee che gli frullano per la testa da parecchio tempo: “Ho diversi soggetti che puntualmente ripropongo e che non mi vengono accettati; per esempio questo videoclip di un nano che è campione di freccette. Uno spunto che cerco sempre di portare avanti ma non riesco mai a finalizzare. Chissà che qualcuno, leggendo l’intervista, non lo trovi geniale e mi proponga di girare un videoclip…”.

 

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