Francesco: “La malattia del nostro tempo? L’indifferenza”

Vaticano
Papa Francesco nella basilica di San Pietro, dove presiede la liturgia della Parola in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, da lui istituita il 6 agosto scorso, Città del Vaticano, 1° settembre 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Il pontefice davanti a centinaia di fedeli: “Oggi il mondo ha un’ardente sete di pace. In molti Paesi si soffre per guerre, spesso dimenticate, ma sempre causa di sofferenza e povertà”

“La grande malattia del nostro tempo è l’indifferenza” che rende sordi di fronte alle guerre, al terrorismo, al grido dei poveri e di chi fugge dai conflitti. Si tratta anzi di un “virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo” che fa sorgere “un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza”. Cosi si è espresso papa Francesco nel corso della cerimonia conclusiva dell’incontro “Sete di pace” promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi in occasione del trentennale della primo grande meeting interreligioso cui prese parte Giovanni Paolo II nel 1986.

Circa 500 leader e rappresentanti di diverse religioni, premi nobel, intellettuali, hanno partecipato a un evento con il quale, nell’arco di tre giorni, si è voluta testimoniare la civiltà del dialogo, dell’incontro, dell’accoglienza, anche in controtendenza rispetto ai conflitti e ai fondamentalismi ideologici e religiosi di questo tempo. Nella piazza Inferiore di San Francesco, davanti al sacro convento di Assisi, si è celebrato dunque l’ultimo atto di questo incontro, con papa Francesco accompagnato dal rabbino argentino Abraham Skorka, suo grande amico, dal vice presidente dell’Università musulmana sunnita di Al Azhar, al Cairo, Abbas Shuman, e da diverse altre decine di capi religiosi, dall’Europa all’estremo oriente. Ma significativa è stata anche la presenza di tanti profughi e rifugiati. Molti i leader cristiani intervenuti, fra i quali il patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo I e Justin Welby, primate della Chiesa anglicana.

“Non possiamo restare indifferenti – ha detto ancora il Papa nel suo discorso davanti a centinaia di fedeli – oggi il mondo ha un’ardente sete di pace. In molti Paesi si soffre per guerre, spesso dimenticate, ma sempre causa di sofferenza e povertà”. Quindi ha ricordato: “a Lesbo, con il caro fratello e Patriarca ecumenico Bartolomeo, abbiamo visto negli occhi dei rifugiati il dolore della guerra, l’angoscia di popoli assetati di pace. Penso a famiglie, la cui vita è stata sconvolta; ai bambini, che non hanno conosciuto nella vita altro che violenza; ad anziani, costretti a lasciare le loro terre: tutti loro hanno una grande sete di pace”. Tragedie, ha affermato il Pontefice, che non devono cadere “nell’oblio”. Ma già poco prima, nel corso dell’incontro con i soli leader cristiani, Bergoglio aveva affermato: “Implorano pace le vittime delle guerre, che inquinano i popoli di odio e la Terra di armi; implorano pace i nostri fratelli e sorelle che vivono sotto la minaccia dei bombardamenti o sono costretti a lasciare casa e a migrare verso l’ignoto, spogliati di ogni cosa. Tutti costoro sono fratelli e sorelle del Crocifisso, piccoli del suo regno, membra ferite e riarse della sua carne”.

Tuttavia, anche prima di arrivare ad Assisi, nella consueta messa celebrata nella residenza di Santa Marta in Vaticano, Francesco, parlando dell’incontro di Assisi, aveva usato parole particolarmente dure. Noi la guerra – spiegava il Papa – “non la vediamo. Ci spaventiamo” per “qualche atto di terrorismo” ma “questo non ha niente a che fare con quello che succede in quei Paesi, in quelle terre dove giorno e notte le bombe cadono e cadono” e “uccidono bambini, anziani, uomini, donne”. “La guerra è lontana?”, si è chiesto Bergoglio. “No! E’ vicinissima”, ha proseguito, perché “la guerra tocca tutti”, “la guerra incomincia nel cuore”. Significativa, infine, la meditazione pronunciata ad Assisi da Justin Welby, primate della Confessione anglicana. Oggi, in Europa, ha affermato Welby, le “nostre economie possono permettersi di spendere tanto, ma non sono altro che fondamenta di sabbia. Malgrado tutto, siamo comunque preda dell’insoddisfazione e della disperazione: nello sfascio delle famiglie; nella fame e nelle disuguaglianze; nel rivolgerci agli estremismi”. In questo contesto “siamo chiamati a fidarci della misericordia di Dio, per vincere il nostro peccato e la nostra rabbia, per poter esprimere misericordia verso gli altri”.

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