Franceschini, la sponda ad Alfano, il no di Delrio: cosa si muove tra i moderati della maggioranza

Pd
Il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini (D) con il sottosegretario Graziano Delrio, Pompei, 17 luglio 2014.
ANSA/ CIRO FUSCO

Il botta e risposta in direzione tra i due ministri dem sull’Italicum mostra una nuova faglia interna all’area cattolica del partito. Mentre Ncd mette a rischio la maggioranza

Dario Franceschini sa che non è questo il momento di ragionare su un eventuale dopo-Renzi. A differenza di altri nel Pd, il ministro della Cultura è convinto che la vittoria del No al referendum costituzionale avrebbe un impatto devastante che travolgerebbe non solo il premier, non solo il governo, ma lo stesso partito di cui fa parte. Per questo, non pensa a scenari futuristici difficili da immaginare, ma a quello che ha di fronte in parlamento: una maggioranza che rischia di perdere un pezzo importante alla propria destra, a causa del travaglio interno a Ncd.

L’area che fa riferimento a Renato Schifani, Maurizio Lupi e Roberto Formigoni ormai lesina le proprie presenze in aula a palazzo Madama, quando bisogna votare i provvedimenti del governo. Il risultato è una continua fibrillazione in Senato, dove i numeri della maggioranza sono meno solidi.

Lo si è visto qualche giorno fa, quando proprio le assenze centriste hanno consentito l’approvazione di un emendamento di Forza Italia al ddl terrorismo. Ad aggravare la situazione sono arrivate anche le notizie di cronaca sull’indagine nei confronti di Marotta e il coinvolgimento nel caso giudiziario del fratello del ministro dell’Interno. Dopo una riunione interlocutoria della direzione di Ncd (in attesa dell’esito della riunione parallela in casa dem), questa sera il gruppo dei senatori di Area popolare (Udc-Ncd) si vedrà per fare il punto e provare – nelle intenzioni di Alfano, Casini e Lorenzin – ad arrivare unito almeno fino al referendum di ottobre.

A questi Franceschini ha provato a tendere la mano ieri. La sua proposta di impostare sin d’ora un ragionamento sull’introduzione del premio di maggioranza alla coalizione, anziché alla lista, da introdurre nell’Italicum una volta giunto il Sì definitivo alla riforma costituzionale, va letto quindi in questa chiave. Dare una prospettiva politica alla gamba centrista della maggioranza può tradursi nel mettere in sicurezza la sopravvivenza del governo, referendum permettendo.

È un atteggiamento pienamente iscritto nel Dna franceschiniano. L’attuale ministro della Cultura si è sempre proposto come un punto di riferimento dell’area ex popolare dentro il Pd. Lo ha fatto – da ultimo – quando c’era bisogno di trattare per avere i posti in lista, in vista delle politiche 2013, solo per citare l’ultima volta in cui tutti i principali eredi della tradizione democristiana (da Franceschini a Letta a Bindi) si sono mossi di comune accordo. Lo ha fatto – con le note defezioni – quando bisognava sostenere la candidatura di Veltroni (2007), quando – dopo essere stato sconfitto da Bersani – è rientrato nella maggioranza interna, quando tra i primi ha deciso di attraversare il Rubicone e sostenere la corsa di Renzi alla segreteria.

Ora il suo raggio d’influenza prova ad allargarsi anche al di là dei confini dem. Nel momento in cui Renzi ha difficoltà a dialogare con una parte della sua maggioranza, Franceschini si presenta come un mediatore con buone entrature da quelle parti. Aprire un canale di dialogo con Alfano per aiutare Renzi. E rafforzare – se ce ne fosse bisogno – la posizione propria e di AreaDem all’interno del Pd, dove può contare già su una quota consistente dei gruppi parlamentari.

Se prima erano Letta e Bindi gli ‘altri’ ex popolari a non riconoscersi – salvo alcune occasioni – nella leadership di Franceschini, adesso è un’altra l’area cattolica a smarcarsi dalle posizioni del ministro. È quella attualmente più vicina a Renzi, rappresentata ieri da Graziano Delrio e che comprende anche Lorenzo Guerini e, con una maggiore autonomia, Matteo Richetti. Se i franceschiniani si inseriscono nel tradizionale solco proporzionalista di derivazione democristiana (che oggi si esprime con la preferenza per le coalizioni), Delrio si è messo di traverso, preferendo una linea più saldamente maggioritaria, che trova le proprie radici nell’ulivismo puro, più bipartitista che bipolarista.

Una posizione, quella di Delrio, che spinge quindi per un Pd autonomo, in una visione più vicina a quella di Renzi e alla vocazione maggioritaria di veltroniana memoria. In questa chiave, Ncd può essere solo un alleato pro tempore, imposto da una condizione contingente (la non-vittoria alle politiche del 2013), non certo un partner con il quale impostare “una prospettiva”, come detto ieri da Franceschini.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli