L’economia globale nelle mani della Fed

Economia
epa04849558 Federal Reserve Chair Janet Yellen testifies before the Senate Banking, Housing and Urban Urban Affairs Committee hearing on ÒThe Semiannual Monetary Policy Report to the Congress.Ó on Capitol Hilll in Washington, DC, USA, 16 July 2015.  EPA/SHAWN THEW

Stasera alle 20 l’attesa decisione della Federal Reserve sui tassi di interesse americani. Quali sono le motivazioni che si celano dietro una scelta che potrebbe scuotere l’intero sistema finanziario mondiale.

In dodici attorno a un imponente tavolo di mogano e granito, lungo oltre 8 metri, all’interno di una maestosa sala riunioni con vista sul Mall di Washington. È esattamente lì, nella sede della Federal Reserve, che in queste ore sono puntati i riflettori dell’intero mondo economico e finanziario.

La Banca centrale più influente del globo è rinchiusa nelle sue stanze da ieri per decidere se aumentare, per la prima volta dopo quasi 10 anni, i tassi di interesse americani. E alle 20 di stasera annuncerà il suo verdetto.

L’esito non è affatto scontato se si considera in primo luogo la divisione interna tra i membri del Fomc, l’organo della Fed cui spettano le scelte di politica monetaria. Le recenti dichiarazioni dei suoi funzionari, discordanti tra loro, fanno infatti immaginare che proprio su quel tavolo di mogano e granito sia in atto un vero e proprio braccio di ferro. Per di più, a complicare la scelta dei 12 del Fomc è il deterioramento del quadro economico internazionale: l’aumento del costo del denaro della prima economia al mondo potrebbe creare effetti globali negativi.

 

Perché non alzare i tassi.
Da una parte c’è il fronte dei ‘no’ secondo il quale la normalizzazione della politica monetaria sarebbe ancora troppo prematura. L’inflazione, uno dei criteri su cui si basa la scelta della Banca centrale, è ancora troppo bassa, al di sotto dell’obiettivo del 2%. Inoltre, aumentare il costo del denaro farebbe salire il valore del dollaro e rallenterebbe di conseguenza l’export.

Ci sono poi variabili esogene, ombre esterne come ad esempio quelle cinesi: Pechino possiede 1270 miliardi di dollari in titoli di Stato americani e se cominciasse a venderne anche soltanto una parte (per via del rialzo dei tassi) farebbe balzare verso l’alto i rendimenti Usa provocando delle grane anche a Washington.

Un’altra causa esterna è rappresentata dai Paesi emergenti: un aumento dei tassi danneggerebbe quelli fortemente indebitati in dollari, scatenando svalutazioni a catena, crisi e panico per ripagare i debiti in valuta americana (Paesi come Turchia, Russia e Messico, hanno infatti un’elevata esposizione proprio nel biglietto verde e rimborsare la loro montagna di debiti diventerebbe più difficile).  Per questo, per scongiurare incertezza e rischio di panico tra gli emergenti, sono scese in campo anche istituzioni internazionali del calibro del Fmi e della Banca Mondiale sconsigliando alla Fed il rialzo dei tassi.

Perché aumentarli subito senza rimandare.
Tuttavia, se si butta un occhio sull’entità della ripresa economica a stelle e strisce, risulta difficile decidere di lasciare i tassi attorno allo zero: il Pil nel secondo trimestre è stato rivisto al 3,7%, la disoccupazione è scesa ormai al 5,1% e una prosperosa crescita sta investendo il settore immobiliare.

I numeri macroeconomici non giustificano più tassi d’interesse a 0-0,25% e per alcuni membri della Fed è arrivato il momento di una stretta della politica monetaria, accomodante ormai da troppi anni. Per comprendere a fondo l’anomalia dei tassi rispetto all’andamento dell’economia basta osservare gli anni precedenti alla crisi del 2007, quando a un livello di disoccupazione del 5% corrispondeva un tasso di interesse molto più alto di quello attuale.

Inoltre, volgendo lo sguardo ai mercati, secondo molti analisti ed economisti una stretta della Fed darebbe un forte segnale di fiducia. Non alzarli, infatti, aggiungerebbe incertezza e potrebbe essere interpretato come un segnale di pessimismo che metterebbe in dubbio la solidità della crescita statunitense, un messaggio che il mondo finanziario digerirebbe con difficoltà.

In medio stat virtus.
La via di mezzo è che la numero uno della Fed, Janet Yellen, stasera giochi molto sulla comunicazione, annunciando magari un rialzo minimo, di soli 25 punti base, ma accompagnando la scelta (qualunque essa sia) con un comunicato morbido che allontani la data dei successivi rialzi. Una strategia che non le farebbe perdere credibilità (più volte ha lasciato intendere che avrebbe aumentato i tassi nel 2015) e allo stesso tempo allontanerebbe una eventuale reazione shock dei mercati, rassicurandoli tramite un aumento molto graduale.

 

 

composizione fed

 

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