Festa del cinema Roma. “The End of the Tour”: com’è David Foster Wallace?

Cinema
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“The End of the Tour”, presentato in Selezione Ufficiale al festival del cinema di Roma, ripercorre l’intervista di David Lipsky ad uno dei più influenti scrittori degli ultimi decenni, David Foster Wallace.

 

A un certo punto, durante questa intervista rilasciata nel ’97, viene chiesto a David Foster Wallace del post modernismo. Lo scrittore inizialmente si schermisce dietro un “no, no, no”, poi inizia ad argomentare e alla fine chiede a Charlie Rose, l’intervistatore, se la risposta abbia soddisfatto la sua curiosità. Altrove nel filmato, e negli altri tre correlati a questo (che ci mostrano l’intervista completa), l’autore di “Infinite Jest” si interrompe durante le sue stesse risposte, per formulare delle osservazioni relative a quello che sta dicendo e a come lo sta dicendo: “so che mi sto dilungando troppo“, “sfortunatamente le cose che escono dalla mia bocca potrebbero sembrare meschine”, “sembrerò presuntuoso a parlare di questo”. Quindi Charlie Rose gli dice “non preoccuparti di come sembri, sii e basta“; e in questo modo tocca il punto nevralgico della questione: com’è Wallace?

E’ uno degli interrogativi al quale tenta di rispondere “The End of the Tour“, quarto lungometraggio di James Ponsoldt, che racconta dei cinque giorni trascorsi dal cronista di Rolling Stone David Lipsky (Jesse Eisenberg) in compagnia di Wallace (Jason Segel), per un’intervista durante le ultime tappe del tour di presentazione di Infinite Jest.

Da un lato è centrale lo sguardo di Lipsky, giornalista ma anche romanziere non affermato, che “avrebbe voluto avere ciò che aveva Wallace”. Dall’altro c’è lo scrittore, che vive, in una profonda e continua lacerazione, la frattura tra la sua immagine di autore geniale e quella di uomo solo.

Il film mette in scena il serrato dialogo tra i due protagonisti, con abbondanza di piani ravvicinati e primi piani, richiedendo ai due attori una performance di alto livello; e in questo il Wallace di Jason Segel risulta totalmente credibile. Dall’aspetto fisico alla gestualità, dalle espressioni del volto alle modalità d’interazione con il proprio interlocutore, Segel, smessi i panni del popolare Marshall di How I Meet Your Mother, si dimostra un perfetto alter ego del grande scrittore.

E qui torniamo alla domanda principale: com’è Wallace?

Nell’intervista con Charlie Rose, l’autore americano afferma che il postmodernismo sancisce un incremento di autoconsapevolezza negli scrittori. Durante il film, Wallace afferma che la cosa che più lo infastidisce dell’intervista è il non poter plasmare lui stesso l’immagine che verrà fuori dal conseguente articolo su Rolling Stone.

Questa attitudine da control freak altro non è che l’aumento di consapevolezza di cui sopra; una maniera in cui si articola è il continuo ritornare in termini critici sulla propria narrazione. Da qui il costante esercizio di autocalibrazione di Wallace durante il faccia a faccia con Rose: attitudine che viene ripresa anche nel film, dove lo scrittore si preoccupa costantemente del modo in cui le informazioni che fornisce all’intervistatore verranno poi codificate.

In quest’ottica anche il proliferare di note nelle opere di Wallace è sintomo del moltiplicarsi dei punti di vista, dell’espandersi incontrollato della consapevolezza; per dirla in termini postmoderni, la continua messa in crisi del metalinguaggio, inteso come unica e onnicomprensiva teoria esplicativa del tutto.

Ma questa crisi, nel suo caso, apre la strada a un numero indefinito di metalinguaggi, intesi come possibilità di trattare la stessa cosa in molteplici modi: come ammette lo stesso autore (dal minuto 6 e 45)

La figura del genio che cerca di mettere in luce ogni cosa da tutti i punti di vista possibili, lascia il posto, nel film, al Wallace intimo, che volge verso se stesso questo mostruoso apparato interpretativo; d’altro canto il nuovo American way of life, descritto nelle suo opere, rispecchia a pieno questa continua erosione e frammentazione di senso, diventando alla lunga un ambiente insopportabile, soprattutto per colui che ne subisce gli infiniti piani di lettura. Ma prima di perdere definitivamente il suo centro prospettico, non riuscendo più a tenere insieme nemmeno sé stesso, Wallace riuscirà a scattare, durante questo Tour, le fotografie più rappresentative della contemporaneità Americana.

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