Festa a Cannes, ma non per l’Italia

Cinema
epa05258472 General Delegate of the Cannes Film Festival Thierry Fremaux (L) and Festival President Pierre Lescure (R) announce the film selection running in competition at the upcoming 69th Cannes Film Festival, during a press conference in Paris, France, 14 April 2016. The festival will run from 11 until 22 May 2016.  EPA/IAN LANGSDON

Assente Bellocchio, nella “Quinzaine” degli autori dovrebbe andare il nuovo film di Virzì

Dopo l’abbuffata dell’anno scorso, con tre titoli in competizione, il cinema italiano si regala – si fa per dire – un 2016 di dieta: nessun film made in Italy sarà in concorso al 69esimo festival di Cannes, che si svolgerà nella ridente località della Costa Azzurra dall’11 al 22 maggio prossimi. Ridente per tutti, ma non per l’Italia: l’unico film annunciato ieri, in occasione della conferenza stampa di presentazione a Parigi, è Pericle il nero di Stefano Mordini, che sarà proiettato nella sezione collaterale “Un certain régard”. Il direttore del festival Thierry Frémaux ha usato parole diplomatiche e sostanzialmente inutili: «L’Italia è sempre nei nostri cuori, l’anno scorso c’erano tre film in competizione, quest’anno ce n’è uno in ‘Un certain régard’ e nessuno in concorso». Il trionfo della tautologia per non dover confessare una verità elementare: Frémaux ha sicuramente visto numerosi film ma non gliene è piaciuto nemmeno uno. Si era parlato di Fai bei sogni, il nuovo film di Marco Bellocchio, ma non è andata bene: per altro il regista di Bobbio ha un rapporto piuttosto controverso con la Croisette, visto che qualche anno fa Il regista di matrimoni venne piazzato nella stessa sezione di Mordini – una “diminutio” abbastanza grave per un regista così importante – e Vincere, film bellissimo, non venne premiato. C’è da dire che forse trarre un film da un libro di Massimo Gramellini non è automaticamente una garanzia di visibilità internazionale.

 

Una lavata di capo non fa male
Sarà un bene, sarà un male? Difficile dirlo. Al nostro cinema, ogni tanto, una buona lavata di capo non fa male. Non certo per i cineasti in sé, ma per il tam-tam mediatico che li circonda. L’anno scorso la stampa si riempì la bocca di frasi roboanti quando Cannes piazzò in concorso Mia madre di Nanni Moretti, Il racconto dei racconti di Matteo Garrone e Youth di Paolo Sorrentino. Il risultato è ancora bruciante: complice una giuria stravagante, senza giurati italiani, rimediammo zero premi zero. In seguito Youth non ha fatto l’incetta di Oscar sulla quale alcune anime belle avevano scommesso (ricordiamo ancora, a Cannes 2015, alcuni che dicevano: come fa Michael Caine a non vincere? Infatti…) e l’Italia ha clamorosamente sbagliato la candidatura all’Oscar per il film straniero, mandando allo sbaraglio un film bello – Non essere cattivo del compianto Claudio Caligari – che però non aveva alcuna chance di catturare l’attenzione dell’Academy. Il candidato giusto era ovviamente Mia madre di Moretti, ma del senno di poi… Tutto questo ci porta a dire che siamo contenti per Mordini (per un giovane al terzo film, “Un certain régard” è collocazione ottima) e che in generale al nostro cinema un anno di umiltà potrebbe risultare utile. Per altro, il prossimo 19 aprile verrà annunciato il programma della “Quinzaine des Réalizateurs”, la sezione collaterale di gran lunga più prestigiosa (che rispetto al concorso ha altra direzione, altre sale, altri selezionatori) e lì l’Italia dovrebbe togliersi almeno una soddisfazione: da settimane si dà per sicura la partecipazione di La pazza gioia di Paolo Virzì, con Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi, che uscirà in sala proprio durante il festival (e se due più due fa ancora quattro, questo significherà pur qualcosa). Quest’ultima in Francia è una star autentica, e la sua presenza dovrebbe garantire al film di Virzì un patrimonio di simpatia da non sperperare.

 

Più Hollywood del solito
Senza Italia, che Cannes sarà? La solita. Concorso di lusso, grandi nomi, una presenza hollywoodiana più forte del solito. Basterebbe un nome: Steven Spielberg. Qualche anno fa ha presieduto la giuria, quindi il filo diretto con Cannes è robusto: ma non è mai scontato che un film di Spielberg, il cineasta più potente del mondo, decida di aver bisogno di un passaggio festivaliero. Quest’anno il suo nuovo Il gigante gentile, ispirato a un libro di Roald Dahl, passa fuori concorso così come il nuovo Woody Allen, Café Society, che è il titolo d’apertura, e l’atteso ritorno alla regia di Jodie Foster, Money Monster, con George Clooney. Basterebbero questi tre titoli a garantire glamour e tappeti rossi in abbondanza. Ma dall’America arrivano anche Sean Penn e Jim Jarmusch, mentre diverse ex Palme d’oro arricchiranno il programma: i fratelli Dardenne con La fille inconnue, Ken Loach con I, Daniel Blake, il romeno Cristian Mungiu con Bacalaureat. C’è anche il ritorno di Pedro Almodovar, che la Palma l’ha spesso sfiorata ma è uno dei pochi grandi europei a non averla mai vinta; e va segnalata con curiosità la presenza in concorso di Paul Verhoeven, che tanti anni fa aprì il festival all’insegna delle cosce di Sharon Stone (il film era Basic Instinct, quanto tempo è passato) ma che da tempo non si affacciava più a queste latitudini. Come sapete, presiede la giuria George Miller, il regista-culto di Mad Max. Aspettiamoci un verdetto eccentrico. Cannes 2016 sarà come minimo un festival interessante. Fosse anche folle, ci divertiremmo di più.

 

*Nella foto Thierry Fremaux, delegate generale del Festival, e Pierre Lescure, il presidente.

 

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