Fenomenologia di Rocco Schiavone, eroe del nostro tempo (con tanti saluti a Gasparri)

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Il gran successo di Giallini la miglior risposta all’intolleranza della destra

La notizia è che Rocco Schiavone è un fenomeno televisivo. Ieri sera la fiction di Rai2 con Marco Giallini è stata seguita da 3 milioni 783 mila persone facendo il 15,02% di share. Risposta più secca all’intemerata di Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri (all’inizio c’era pure il senatore professor Quagliariello che deve aver capito in tempo la cretinata che stava facendo e si è dato) non ci poteva essere.

Gasparri, il più intellettualmente fine dei due, aveva definito “imbecilli” gli appassionati di Giallini-Schiavone. Bene, gli “imbecilli” sono più di 3 milioni e mezzo: meno degli elettori di Forza Italia, ma pur sempre un bel numero.

Ma lasciamo perdere questi Don Chisciotte e Sancho Panza del retrobottega della destra italiana per cercare di capire le ragioni del successo della fiction.L'intervento di Maurizio Gasparri (Fi) durante la presentazione del comitato del 'No' alla legge sulle unioni civili approvata ieri dal governo con il voto di fiducia, nella sala stampa di Montecitorio a Roma, 12 maggio 2016. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

 

Cos’è che ha, Schiavone, che colpisce? Un ottimo ritratto dell’eroe frutto della fantasia di Antonio Manzini lo trovate nel pezzo che Enzo Verrengia ha scritto sull’Unità (leggi qui), attento a mettere in risalto un tratto forte del personaggio: la sua sofferenza.

Rocco Schiavone non è solo un abile poliziotto (ne abbiamo conosciuti tantissimi) e nemmeno solo un buon esempio di anti-eroe (anche di questi, da Marlowe in giù, ne abbiamo visti a bizzeffe): no, Rocco Schiavone è un uomo. Una persona. Una persona che soffre.

Soffre perché la sua donna è morta, e lui le parla fino a che inesorabilmente lei sparisce, restituendolo alla solitudine. Soffre perché gli fanno schifo le cose che scopre. Soffre perché la sua Roma, dove anche la pioggia è tiepida, è lontana da lui, costretto nella gelida Aosta. Soffre perché la giustizia funziona e non funziona. Soffre perché i colleghi non sono una grande squadra. Soffre nel loden verde – che non porta più nessuno – troppo leggero per quelle temperature. Soffre nelle vecchie Clarks che si bagnano nella neve.

E la sofferenza di Rocco è tutta nelle rughe profonde di Marco Giallini, questo grande attore che strascica il più schietto romanesco (la ormai mitica “rottura de’ cojoni”) in una Aosta onirica, un po’ Lino Ventura un po’ Gigi Proietti serio, che, insieme alla bella fotografia, è la vera arma vincente della fiction. Ecco, la “rottura de’ cojoni” di Schiavone-Giallini è un po’ la metafora di una condizione e forse di un tempo, il nostro, nel quale tante cose non tornano e tutto è al tempo stesso noioso e nevrotico: in questo, il personaggio di Manzini coglie qualcosa di imponderabile.

Tornando un attimo all’estroso Gasparri: lui s’infuria perché Schiavone usa spesso mezzi discutibili o addirittura sbagliati: certe volte mena, altre volte decide lui al posto della Giustizia. Ma la storia della letteratura noir o gialla è strapiena di queste cose: e che, seppure con la bonarietà di Gino Cervi (ma non di Gabin, che era un duro) forse Maigret non violava il codice di procedura penale? E lo stesso Montalbano-Zingaretti quante volte entra dove non dovrebbe entrare, perquisisce quando non dovrebbe perquisire, interroga quando non dovrebbe interrogare)? E lasciamo stare Marlowe, Sam Spade, Callaghan, finanche Nero Wolfe… Per forza: ma un romanzo deve seguire pedissequamente le regole della legge? “Che rottura de’ cojoni”, direbbe il nostro Giallini. Lo direbbe in faccia – ne siamo sicuri – anche a Gasparri&Giovanardi.

 

 

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