Fenomenologia di Fabio Rovazzi, il “non cantante” più famoso d’Italia

Musica
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Youtuber milanese di 22 anni, con il suo pezzo “Andiamo a Comandare” è il primo italiano a vincere un disco di platino solo con lo streaming musicale. Cerchiamo di capire il perchè

Fabio Rovazzi è sulla bocca di tutti, e il mantra che continua a ripetere e ripetersi, come schermendosi di fronte a tanta inaspettata attenzione, è sempre lo stesso: “Non sono un rapper, né un cantante, ma un comico musicale”. Ventiduenne milanese del quartiere di Lambrate, insofferente allo studio e Youtuber di successo, Fabio è il primo italiano ad arrivare al disco di platino grazie alle sole riproduzioni streaming di un brano musicale. La canzone in questione è Andiamo a comandare, che per numeri e “hype” travalica abbondantemente la semplice categoria di tormentone dell’estate. Trenta milioni e passa di visualizzazioni su Youtube in 4 mesi, con un brano cantato in italiano, è una cifra che praticamente nessuno raggiunge. La canzone esce per la casa discografica Newtopia di J-Ax e Fedez, del quale Rovazzi è amico: e pur trattandosi di mentori dal grande successo, l’exploit del giovane milanese non è riducibile esclusivamente ai prestigiosi endorsment.

“Col trattore in tangenziale, andiamo a comandare”: mentre canta questi versi, nel videoclip del brano si vede Rovazzi (si tratta di un “cognome d’arte”, storpiatura del vero cognome di Fabio) sopra a un trattore guidato da un anziano signore. I tormentoni di cui il testo del brano è disseminato sono espressioni gergali che non appartengono a un linguaggio comune, ma che funzionano perché rodati all’interno di contesti linguistici collaudati (la cerchia degli amici, il mondo del rap, etc) e per questo destano curiosità pure in chi ignora, per esempio, cosa voglia dire “fare brutto”: espressione che indica un certo grado di “coolness”, modo di dire limitrofo a “spaccare’, anche riferito al contegno tipico dei rapper. Il titolo del brano Andiamo a comandare è “un modo di dire che abbiamo io e il mio amico youtuber Homyatol, e significa proprio divertirsi secondo le proprie regole”, dice Rovazzi. Chi è avvezzo alla comunicazione degli youtuber può riscontrare come la canzone, e il suo videoclip, siano costruiti attraverso codici riconoscibili: una certo tipo di umorismo giocato su trovate linguistiche; una certa tipologia di rimando, didascalico e iconico, a ciò che viene raccontato; una narrazione in prima persona che lascia trasparire una dimensione di sincerità. Inoltre alcuni richiami testuali si riferiscono direttamente a episodi del mondo degli youtuber più celebri, come il riferimento ai selfie mossi di Gué Pequeno; in questo caso si tratta di una frecciata al rapper dei Club Dogo, reo di aver capziosamente scattato una foto fuori fuoco, seccato per la richiesta di un selfie da parte di Matt e Bise, giovani amici di Rovazzi e star del Tubo.

Oltre a collocarsi in un immaginario che ha molto da spartire con il mondo degli youtubers, Andiamo a Comandare mischia suggestioni riconducibili ad altri fenomeni virali degli ultimi anni. La prima e più evidente affinità è con Il Pagante. “Il Pagante nasce come pagina Facebook nel 2010. L’idea originaria era quella di fare sarcasmo su determinati atteggiamenti radicati nel sostrato giovanile milanese, consolidatisi nel tempo e diventati fonte di omologazione di massa. Il Gruppo ha raggiunto importanti risultati non solo in quello che è diventato il suo core business (la musica), ma anche nei numerosi settori in cui è attivo.”; oltre al fatto che molte caratteristiche elencate in questa presentazione, presa dal sito de Il Pagante, sono applicabili alla canzone di Rovazzi, c’è da rilevare come il lessico da economia aziendale (“core business”) sia un elemento che affiora spesso anche nelle parole dello youtuber milanese, il quale pochi giorni fa a Radio Deejay parlava del “claim della mia canzone”. Ultimo, ma non meno rilevante, punto di contatto tra i due progetti è che le basi musicali di entrambi sono curate da il duo di dj e producer italiani Merk & Kremont: quelli che, sempre stando a ciò che dice l’autore di Andiamo a Comandare, hanno fornito al brano la “giusta dose di ignoranza” (modo per sottolineare la potenza che innerva il beat e il suond delle basi stesse).

“Il pezzo è pieno di tormentoni: il testo, il balletto, il video alla The Loonely Island”: è lo stesso autore a suggerisci gli ingredienti della sua ricetta virale. Da una parte i The Lonely Island, artefici di una comicità musicale che ama parodiare il rap e fa proseliti nel pop che conta (Justin Timberlake è un loro amico fraterno), dall’altra il balletto: più che le tipiche movenze che spesso accompagnano i brani più disimpegnati e trascinanti (da Elvis, al Tuca Tuca, tanto per intenderci), si tratta della rilettura in chiave 2.0 de “la mossa”, che rimanda molto da vicino agli spasmi di un Maccio Capatonda in La Febbra.

Riferimenti al gergo della propria realtà d’appartenenza, che si fa immediatamente comprensibile a tutti e diventa tormentone, basi “tamarre”, balletto buffo e contagioso. Messa così, Fabio Rovazzi sembra l’emulo italiano di un altro campione della viralità in musica: PSY. La celebre Gangnam Style dell’istrionico sudcoreano, in fondo, non è altro che il prototipo, su scala planetaria, di quello che il nostro giovane milanese ha fatto in proporzioni più piccole: assemblare un prodotto che aspira al puro cazzeggio partendo da una dimensione ‘locale’, ottenendo un brano ammantato da una sorta di esotismo da vetrina, che può divertire o far storcere il naso, ma che immancabilmente incuriosisce. E che, tutto sommato, è infinitamente più costruttivo nei confronti dei suoi naturali e giovanissimi fruitori (di base preadolescenti) di molte ‘hit estive’ di sorta: più che per i blandi messaggi educativi (non fumo canne, sono anche astemio) per il divertito, anche se un po’ puerile, giocare con le parole. E se pensate non sia abbastanza, richiamate alla mente i codici sequenziali di quella celebre formula di autoipnosi collettiva, in voga qualche anno fa: “e il pulcino pio, e il pulcino pio”…

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