FBI contro Apple: chi ha ragione?

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epa05167496 Citizens walk past an Apple Store branch in Beijing, China, 18 February 2016. Apple launched its Apple Pay mobile payment service in China on 18 February, amidst stiff competition in the industry and in a country of more than 350 million online payment users. Message reads, 'Register immediately to earn 99 points.'  EPA/ROLEX DELA PENA

La disputa tra gli agenti e la casa produttrice degli iPhone potrebbe segnare un punto di svolta nel campo della privacy e nella nostra vita di tutti i giorni

Da qualche giorno in America, e non solo, si è tornato a parlare massicciamente di privacy e cyber security. Il motivo sta nel fatto che una corte federale californiana ha imposto alla Apple di dare la possibilità all’FBI di poter sbirciare all’interno di uno dei telefonini della mela morsicata. Non uno qualsiasi, ma l’iPhone 5c posseduto da Syed Rizwan Farouk, uno degli autori dell’attentato terroristico di San Bernardino del 2 dicembre scorso, dove morirono 14 persone.

La richiesta dell’FBI, che si regge su una vecchia legge sui mandati di perquisione del 1789, ha fatto scalpore soprattutto per la risposta che il ceo di Apple ha fornito all’FBI. L’impegno che l’azienda della mela dedica alla tutela della privacy dei propri clienti è nota, ma in questo caso la situazione è ben più complicata. In un messaggio diretto ai propri clienti, Cook ha spiegato il suo stop alle autorità, puntando sull’importanza dello smartphone per la vita quotidiana delle persone.

Tecnicamente non esiste un modo per fare accedere liberamente l’FBI al telefono dell’indagato. Per farlo bisognerebbe crearlo. Anche se solo per il telefono in questione. Tuttavia Cook è convinto che una volta che questa tecnologia verrà creata e messa nelle mani dell’FBI, si aprirebbe la porta ad un precedente pericoloso e si renderebbero gli utenti più esposti non solo all’occhio invadente del governo, che dalla vicenda Snowden sappiamo essere avido di informazioni, ma anche alle cattive intenzioni di criminali, spie e terroristi.

La questione è molto complessa e qualunque sarà la soluzione, avrà conseguenze importanti sulla nostra quotidianità. Per questo se ne sta parlando tanto anche in Italia. Fabio Chiusi, su Valigia Blu, ha ricostruito nel dettaglio tutta la vicenda e pone una domanda che è sostanza dello scontro in atto:

“Se passasse la linea di Cook, sarebbe un soggetto privato, Apple, a stabilire cosa è giusto rivelare e cosa no alle autorità, anche in presenza di un ordine giudiziario.
E questo solleva alcune questioni: è più grande il diritto delle forze dell’ordine di sfruttare quei dati per risolvere un importante caso di terrorismo o il rischio che, ubbidendo alla giustizia, si crei un sistema ancora più ingiusto perché insicuro per tutti?”

La risposta è tutt’altro che facile. A meno di non essere Donald Trump, il candidato alle primarie dei repubblicani che ha detto sbrigativamente che alla Apple stanno sbagliando e che, anzi, stanno peccando di arroganza, in fondo “chi si credono di essere?

Per Beppe Severgnini, che sulla questione è intervenuto nei giorni scorsi sul Corriere, quella di Apple non è altro che un’azione ben calcolata.

“La sensazione è che Apple abbia fatto i suoi conti: meglio irritare il proprio governo che spaventare il proprio mercato. Il primo controlla un Paese (gli Usa), il secondo s’estende a tutto il pianeta e genera un fatturato annuale di 234 miliardi di dollari (anno fiscale 2015). L’inviolabilità è un vanto dell’iPhone. Rinunciarvi viene considerata una resa. Commerciale, prima che ideale”

Nonostante quasi tutta la Silicon Valley sia dalla parte del ceo di Apple – compresa la ‘Reform Government Surveillance’ (Rgs), un’associazione che include i maggiori colossi dell’economia digitale – la battaglia inaugurata da Tim Cook potrebbe finire male per l’azienda di Cupertino, e soprattutto per il rapporto di fiducia che Apple ha cercato di tutelare nei confronti dei propri clienti. A meno che non si riesca a trovare un compromesso che accontenti tutte le parti in gioco. Quel compromesso che, per ora, non sembra in vista. Anche se Luca De Biase, che ha affrontato l’argomento in un lungo e dettagliato post, ha ipotizzato una via di uscita, o quantomeno un approccio che sarebbe stato indicato da Obama quando ha dovuto affrontare il problema del controllo sulle armi:

“Il presidente ha suggerito che le armi in vendita negli Stati Uniti siano dotate di chip elettronici che consentano di tracciare chi le usa: niente di complicato sul piano tecnico, evidentemente, ma genererebbe una soluzione molto precisa, un controllo puntuale non su tutta la vita delle persone, ma solo sull’uso che fanno delle armi. Questa soluzione sarebbe interessante. Il cittadino che vuole andare in giro con un fucile d’assalto o una mitragliatrice lascerebbe una traccia digitale: se si dirige in una scuola e ci entra, durante le lezioni, scatta un segnale; se va in un supermercato, scatta un segnale… Quella sarebbe una forma di controllo ben diversa: il cittadino sceglie di prendere un fucile e, se esce di casa, accetta di cedere un po’ di privacy a fronte della sicurezza degli altri”.

L’ipotesi potrebbe avere un riscontro positivo in un’eventuale applicazione. Anche se si tratterebbe di una misura di controllo che sì, porrebbe un argine alle stragi e un miglior controllo sui rischi determinati dal terrorismo, ma sarebbe facilmente eludibile e non potrebbe essere in alcun modo paragonabile alle enormi quantità di informazioni che potrebbero scaturire da uno smartphone. Tuttavia l’esempio è importante per il criterio che suggerisce. Una sorta di via maestra che possa indicare il punto d’equilibrio tra sicurezza e diritto alla tutela della privacy.

 

 

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