Fate largo all’avanguardia: “linus” il fumetto che cambiò l’Italia

Cultura
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Il ritorno in edicola per festeggiare (i primi) tumultuosi 50 anni di una rivista che ha segnato la storia culturale del Paese

Babbo! Cosa ci fai qui?” chiede Ilaria, al solito curiosa, ad un Bobo invecchiato eppure ringalluzzito dalla chitarra che stringe tra le mani: “Un tango: sempre se vuelve al primer amor” risponde. E’ la copertina dell’ultimo numero di Linus, tornato finalmente nelle edicole. Un modo per festeggiare al meglio i cinquant’anni della rivista, un alito di novità in un panorama editoriale che di cose fresche ne avrebbe davvero bisogno. Così i cultori stagionati, come me, torneranno ad aggiornare le collezioni, mai accatastate nel sottoscala e i giovani che sono ancora così in tanti a cercare nei disegni e nella satira gioia e impegno, troveranno immagini per i loro occhi.

Negli ultimi anni la rivista ha avuto alti e bassi, tra chiusure improvvise e ardite riaperture. In questo assolato luglio, la casa editrice Baldini&Castoldi l’ha fatta tornare nelle edicole, diretta da Giovanni Robertini che ha sostituito Stefania Rumor, che ne era stata redattrice e direttrice fin dal 2008. Giovanni Robertini, giornalista, è un trentanovenne che ha già avuto modo di misurarsi con il complesso mondo dei media facendo l’autore televisivo (“Avere vent’anni”, “L’Infedele” e “Le Invasioni Barbariche”), avendo scritto “Il Barbecue dei panda – L’ultimo party del lavoro culturale”, ed essendo anche un blogger del Post. Racconta, in poche battute, i suoi desideri e la sua visione di Linus: «Ho già detto tutto nell’editoriale di luglio. Da un lato la rivista esprime un certo grado di continuità per quel pubblico che alla rivista era talmente affezionato da considerarla come una sorta di patrimonio culturale. Ma c’era da recuperare ciò che si era perso e aggiungere quindi delle novità più adatte al lettore d’oggi. Ma nel mutato scenario è difficile dosare queste due diverse esigenze. Il linus dei tempi eroici, quello che si è fatto storia, era un giornale che riusciva ad essere apprezzato dai ceti borghesi colti e dai giovani dei movimenti, di mese in mese riusciva a rimanere fedele alle scelte di fondo e contemporaneamente a tenere aperti gli occhi sul mondo. Dovremmo, semplicemente, seguire questa rotta sapendo che i ceti sociali sono mutati e più che altro è cambiato il clima del paese e il ruolo che hanno giornali e riviste. Il pubblico si è fatto più indistinto e fuggevole ma la barra deve rimanere diritta, specie nel tono che deve riproporre cordialità, leggerezza seppur graffiando. E mantenendo la formula delle “ montagne russe” quella formula così cara ai fondatori e in particolare a Oreste Del Buono che permette di alternare fumetti e scritti, vignette e commenti».

In un libro pubblicato proprio per i cinquant’anni, “Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco”, Paolo Interdonato racconta la nascita e la storia della rivista. Umberto Eco, nella prefazione, ne sottolinea proprio questo aspetto: «Allora credevamo solo di divertirci e, leggendo questo libro, mi accorgo che stavamo facendo storia».

Fulvia Serra quella storia l’ha vissuta in prima persona ed è naturale quindi che torni lì, a quegli anni, a quel piccolo Circolo Pickwick che viveva nello studiolo di Nanni Ricordi; alla figura di Giovanni Gandini, intellettuale milanese e di sua moglie, Anna Maria, che gestiva una libreria molto attenta ai fermenti di quella Milano; alla fondazione, nell’aprile del ’65, di Linus, alla crescita di Milano Libri. Quel negozio «diviene – come scrive Paolo Interdonato- il punto di incontro di personalità del calibro di Oreste del Buono, Vittorio Spinazzola, Umberto Eco, Elio Vittorini: i primi, in Italia, a riservare uno sguardo al contempo colto e affettuoso al fumetto, a promulgare un’idea autoriale di un mezzo capace di raccogliere, registrare e spesso anticipare i fenomeni più interessanti, le sperimentazioni e le avanguardie. Insieme a questa squadra di avidi e curiosi lettori, Gandini inventa “Linus”, un giornale come non se ne erano mai visti prima, capace di intercettare le trasformazioni sociali e di guardare al fumetto e all’illustrazione in un modo del tutto nuovo”

C’era Oreste Del Buono che ne sarà il mitico direttore per un decennio, dal ’72 all’81, quando lascerà la direzione proprio a Fulvia Serra che era lì dall’inizio, da quando si occupava di abbonamenti e dava una mano nella libreria e tra i preziosi volumi vedeva la nascita di strisce destinate a fare la storia del fumetto. Lei è portata, quindi, ad un inevitabile confronto e ama a tal punto questa testata che si permette di elargire, diciamo così, consigli: vi prego non fate una rivista di fotocopie, cercate di pubblicare qualcosa che non sia poi così facile trovare ovunque, esplorate mondi nuovi e cercate di essere a contatto con ciò che sta accadendo o che potrà accadere. Chiede di “ offrire più punti di vista, di avere attenzione al piccolo fatto, alle piccole cose si allarga lo sguardo oltre il consueto». Con la consueta franchezza suggerisce una rivista con “meno esclamativi e più interrogativi”.

Le origini pesano e ne sa qualcosa chi oggi si trova a editarla e dirigerla. Ma nelle origini e nella storia sono scritte vicende così rilevanti che ti tracciano la strada maestra: dare sfogo ad una fantasiosa leggerezza. Come in quegli anni ruggenti. Prima fra tutti la grande famiglia di Charles Schulz con i suoi personaggi che sono rimasti nella testa e nei gesti di generazioni e generazioni: Linus con la sua coperta, Charlie Brown con la sua filosofica visione del mondo, Snoopy con il caschetto, Lucy con il banchetto delle (semi) gratuite consulenze e dei furbeschi consigli e Schroeder immancabilmente piegato sul piano.

In quell’Italia che si apre al mondo e che si va alfabetizzando; in quell’Italia che si scopre curiosa della poesia, della musica statunitense i fumetti ne diventano la massima rappresentazione: le nazionalità si mescolano come i generi. Disegni, storie e fumetti. Strisce, insomma. Sigle e nomi che diventano prima abitudini e poi miti: Dick Tracy, il Popeye di Segar Bristow , la versione di Alberto Breccia dell’Eternauta, B.C. , Calvin & Hobbes, Copi, Dilbert, The Dropouts, Jules Feiffer, Krazy Kat, Li’l Abner , Monty, Il Mago Wiz, Pogo, Georges Wolinskii e Kako di Flora Graiff. Poi per primi in Italia i lettori di Linus goderono alcune avventure dei Fantastici Quattro, i supereroi di Marvel.

Per i disegnatori e vignettisti italiani Linus diventa una casa raccontare avventure con la Valentina di Guido Crepax e il Corto Maltese di Hugo Pratt; diventa il luogo dove trova degna ospitalità la satira politica con Pericoli e Pirella, Lunari e Panebarco e dove discuteranno di famiglie, casa e lavoro il Bobo di Staino e il Cipputi di Altan; dove irrompono come una tempesta i rivoluzionari disegni di Andrea Pazienza o le narrazioni di Vincino. Eppoi tante, tante firme prestigiose: Ellekappa, Angese, Perini, Vauro, Calligaro. Hanno scritto sulle pagine di Linus autori quali Michele Serra, Pier Vittorio Tondelli, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Omar Calabrese.

Alcuni di quei disegnatori e di quelle firme sono ancora protagonisti nella nuova stagione. Come Vincino che pensa positivo e guarda con ottimismo al rilancio della rivista: «Si, sono ottimista. Linus ha bisogno di qualcuno che ci creda; di qualcuno che rimetta il motore in grado di girare al ritmo giusto. Non si può vivere solo di ricordi anche se sono ricordi che pesano. Come scordare le grandi stagioni di Oreste Del Buono e di Serra? Fulvia mi spedì come inviato al primo grande maxi-processo contro la mafia a Palermo e disegnai quattro pagine di racconto dall’aula bunker. Un’anticipazione di quello che oggi chiamano Graphic journalism. Nel numero in edicola ho raccontato, una storia, quella dell’idrovolante che solcava i cieli di Mondello, l’11 settembre del ’43. E’ una storia a puntate e tutto lascia intendere che si parli di guerra, di fascismo, di mafia. E invece..». Si sente che Vincino si diverte e senza anticiparvi le prossime puntate posso svelare che di cose di famiglia si tratta.

La vera grandezza di Linus risiedeva- come scrive Paolo Interdonato- «nella capacità di quel mensile di cogliere gli eventi, di scegliere le narrazioni, di commissionare gli interventi, di costruire un dialogo con i lettori». E quella miscela di fumetti e mondo non si metteva mai al centro del proscenio ma sceglieva di nascondersi nella buca del suggeritore». Quelli di Linus hanno cambiato il mondo? No, sicuramente no ma intercettando il meglio di ciò che stava accadendo dalle nostre parti ci hanno fatto sorridere e riflettere, ci hanno avvicinato a gusti culturali nuovi e a nuovi stili di vita. Comprerò il prossimo numero e quello dopo e quello dopo ancora: chissà che prima o poi non ci trovi disegnata una storia di Zerocalcare, quel diavolo di un disegnatore che sembra la continuazione (l’evoluzione) della razza bobesca?

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