Farage-M5S e gli altri: la strana accozzaglia del No alla risoluzione sulla Brexit

Europa
epa05385461 Leader of the UK Independence Party (UKIP) Nigel Farage sits in a local pub after casting his vote in the EU Referendum at a polling station in Biggin Hill, South London, Britain, 23 June 2016. Britons will vote on whether to remain or leave the European Union on 23 June.  EPA/WILL OLIVER

Il Parlamento europeo vota la risoluzione sull’uscita del Regno Unito. Tra i 200 No anche quelli di Lega e Cinquestelle, sempre più legati al fronte anti-europeo

Nigel Farage, Marine Le Pen e con loro i rispettivi alleati di casa nostra: Cinquestelle e Lega. L’asse euroscettico che avrebbe dovuto festeggiare il successo del Leave al referendum britannico oggi ha invece votato No alla risoluzione del Parlamento europeo approvata con 395 Sì, 200 No e 71 astenuti, che chiede tempi rapidi per la Brexit, auspicando un avvio delle procedure già nel Consiglio europeo che parte oggi. Perché?

Gli oppositori italiani lamentano la bocciatura dei rispettivi emendamenti presentati in aula. Ma a leggere i testi, è difficile credere a questa motivazione. Quelli del gruppo dell’Europa della libertà e della democrazia diretta (Efdd), sottoscritti anche dal grillino Pedicini, contenevano correzioni poco più che formali, oltre a invitare il Consiglio europeo ad “adottare un mandato negoziale per la conclusione di un accordo con il Regno Unito”, provando così a estromettere dall’incarico di mediatore la Commissione europea, indicata invece esplicitamente nella risoluzione approvata. Più pittoreschi quelli del leghista Fontana (gruppo Enf), che chiedeva di inserire diciture quali “il progetto europeo è un drammatico fallimento” o “chiede le dimissioni del Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, sulla base della sua inettitudine […]”, o di rallentare il procedimento di Brexit e di relativa riorganizzazione delle istituzioni comunitarie.

Al fronte del No si sono iscritti anche gli europarlamentari della Sinistra europea (da citare l’emendamento sottoscritto anche dall’italiana Spinelli, che chiedeva di “trovare un compromesso, mediante ogni accordo, affinché l’Irlanda del Nord possa restare membro dell’Ue”) e il gruppo dei Conservatori e riformisti, che comprende i Tories britannici ma anche l’italiano Raffaele Fitto.

Il risultato è quello di un’accozzaglia politicamente poco definita, intenzionata solo ad opporsi alla maggioranza che esprime la Commissione europea. E fin qui, è il gioco delle parti della politica. Un dato più rilevante è invece quello che vede il M5S rimanere saldamente a braccetto con Farage, nonostante in Italia gli stessi Cinquestelle neghino di condividerne la linea anti-europea, anche a costo di rallentare un processo voluto e votato dai cittadini britannici: se i loro partner inglesi possono avere interessi a trattare un’uscita dignitosa per evitare che il processo si ritorca contro loro stessi, perché il M5S a parole campione della democrazia diretta, nei fatti frena sugli effetti del referendum?

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