Fantathriller Xylella in Salento

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La Xylella attacca l’oro della Puglia. Ora si cerchi una strategia condivisa con interventi selettivi e mirati, sperando di fermare se non le polemiche, almeno il contagio

È l’ultimo avvicente thriller rimasto senza colpevole. Anzi il fantathriller della Xylella fastidiosa, il batterio che sapevamo fino a due giorni fa untore della peste degli ulivi pugliesi, l’assassino di piante monumentali, millenarie o secolari che sono incredibili opere d’arte scolpite dal tempo e dal vento e raccontano identità, storia e paesaggio ma vengono seccate dal parassita che sfregia l’alto Salento e minaccia altre regioni e la risalita verso l’Europa. La Xylella attacca l’oro della Puglia, area con la quota maggiore di produzione nazionale di olio extra-vergine d’oliva (37%). Ma se l’ulivo è un sentimento, simbolo di identità e appartenenza, la difesa dal killer è finita nel caos e in alto mare e nella conflittualità tra apparati e organi dello Stato.

A decidere cosa fare o non fare in un campo dove la prima e l’ultima parola spetta alla scienza, è stato un magistrato che ha dovuto sentenziare da giudice-scienziato-fitopatologo. Non la faccio lunga. La Procura di Lecce, con 58 pagine di decreto di sequestro, al termine di una indagine e dopo una precedente sentenza del Tar, ha buttato all’aria due giorni fa tutte le teorie scientifiche sull’epidemia e bloccato l’inizio del lavoro di contenimento ed eradicamento della Xylella. I Pm hanno sequestrato più o meno un milione di ulivi contaminati rivelando che «l’Unione Europea è stata tratta in errore da quanto rappresentato dalle istituzioni regionali con dati impropri sulla vicenda Xylella». Per il procuratore capo di Lecce, Cataldo Motta e stando alla ricostruzione fatta dalle pm Elsa Valeria Mignone e Roberta Licci, Xylella è presente nel Salento «da almeno 15 o 20 anni», non è giustificato lo stato di emergenza e sono «inidonee» le drastiche misure di contenimento, compreso l’uso massiccio di pesticidi e il taglio di migliaia di ulivi senza «la preventiva valutazione di impatto ambientale». I rimedi, insomma, vanno ancora studiati e nel caso attuati con gradualità.

In un colpo solo, dieci indagati ed esautorati Giuseppe Silletti, il comandante regionale della Forestale che il governo ha nominato commissario straordinario per l’emergenza, il Comitato Fitosanitario di Bruxelles che ha definito il piano d’intervento d’intesa con il nostro governo e con la Commissione europea, il Piano di eradicazione in corso, le disposizioni del Ministero dell’Agricoltura, gli studi della comunità scientifica, la Regione, i docenti dell’Università di Bari, gli esperti dell’Osservatorio Fitosanitario della Puglia. Tutti concordavano sulle cause dell’epidemia e su misure di contenimento rigorose e molto dolorose anche con tagli al tappeto al limite dell’inaccettabile. Ma tant’è.

Il giudice ha deciso che è tutto sbagliato ed è tutto da rifare. A oltre due anni dall’inizio dell’emergenza, torniamo quindi al punto di partenza, in uno scenario aggravato, e con la domanda rimasta appesa: ma chi è il colpevole dell’epidemia, e come si combatte? Sapevamo, infatti, che Xylella aveva come insetto-vettore la “cicala sputacchina”, che forse è stato introdotto per l’imperizia di alcuni scienziati durante un convegno scientifico anni fa a Valenzano, o forse era sbarcato in Salento appiccicato a piante ornamentali provenienti dal Sud America come è accaduto per il “Punteruolo Rosso” che colpisce la palma e il “Matsucoccus Feytaudi” il “vampiro dei pini marittimi”. La soluzione scientifica, in questi casi, è quella di estirpare.

Ma il contrordine dei giudici non ammette repliche: “La estirpazione delle piante non è assolutamente idonea né a contenere la diffusione dell`organismo nocivo, né a impedire la diffusione del disseccamento degli ulivi, né a contribuire in alcun modo al potenziamento delle difese immunitarie delle piante”. C’è chi esulta, pensa di vedere confermate teorie complottarde che sono una sfilza e navigano nel web per le quali: la vera colpa è di “bioterroristi al soldo di multinazionali Ogm”, la Xylella è “un arma dei geoguerrieri di paesi concorrenti nella produzione olivicola come Spagna, Grecia, Portogallo, Tunisia, Algeria, Iran, Irak e Marocco contro il primato della Puglia nella produzione di olio”, è “prodotto dalle discariche salentine illegali di rifiuti industriali”, è frutto dei “tentacoli della Monsanto e della grande finanza internazionale controllori delle più grandi banche americane e delle più grandi multinazionali del petrolio e membri permanenti del club Bilderberg e fondatori dell’istituto Aspen e controllori della politica italiana ed europea”, è “l’arma batteriologica catalogata nel documento Plant-Pathogenic Bacteria as Biological WeaponsReala Threats per devastare ambienti naturali”, è stato introdotto da “immobiliaristi e magnati della finanza internazionale che vogliono trasformare costa e entroterra salentino come megalopoli modello Dubai che hanno il massimo del lusso e non hanno che deserto e mare”… Scherzi a parte, vorremmo sapere chi ha ragione tra il procuratore e i suoi pm e il resto del mondo scientifico, lo Stato e l’Europa che invece vede un “nesso causale” tra fenomeni di disseccamento rapido e contagio da Xylella? E soprattutto come si ferma il contagio?

La cura dell’eradicazione a tappeto delle piante sospette, è impressionante ma esiste l’alternativa al dilagare dell’epidemia? Morale della favola. Su temi molto sensibili per i nervi scoperti dei cittadini – dai vaccini ai farmaci antitumorali alle scelte amministrative e al paesaggio agricolo – possiamo sempre delegare tutto a Tar e Procure che devono sostituire, loro malgrado, interi governi, premi Nobel, uffici brevetti, presidenti di regione e loro assessori, sindaci e giunte comunali, direttori di testate, dirigenti di azienda e capi del personale, Commissione Grandi Rischi, sindacati, associazioni di categoria? Diceva Romano Prodi, che “Il ricorso al Tar è diventato un comodo e poco costoso strumento di blocco contro ogni decisione che non fa comodo, penetrando ormai in ogni aspetto della vita del paese”. Il tema chiama in causa la qualità delle governance delle società moderne in rapidissima trasformazione e il rischio di un processo generale di de-responsabilizzazione dell’agire politico e di perdita di autorevolezza del mondo scientifico, anche agli occhi del cittadino. Fare a pezzi il primato dell’analisi scientifica e della definizione razionale di obiettivi e di programmi è un suicidio, ma lo è anche per la credibilità e l’affidabilità dell’amministrazione pubblica e dello Stato nel suo complesso. Nel frattempo, in attesa di capire quali sono le “ben altre misure da attendersi anche a livello europeo” sostenute dalla Procura, continui a tappeto in tutte le sedi la ricerca per curare le piante malate e per evitare che questa infezione si diffonda come una cicatrice indelebile.

Si cerchi una strategia condivisa con interventi selettivi e mirati, le migliori e buone pratiche agricole, dall’aratura alla potatura. Sperando di fermare se non le polemiche, almeno il contagio.

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