Faceva propaganda per Al Qaeda: fermata una ricercatrice libica a Palermo

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Per il gip, però, non c’è pericolo di fuga e decide per la scarcerazione

La polizia, su ordine della Procura, ha fermato domenica a Palermo una cittadina libica di 45 anni, ricercatrice in Economia nell’ateneo siciliano, accusata di fare propaganda per la Jihad. La donna era in contatto con diversi foreign fighter e faceva propaganda per Al Qaeda sul web usando anche canali social come Facebook.

Il fermo però non è stato confermato dal gip Fernando Sestito il quale ritiene che non ci sia il pericolo di fuga o di inquinamento probatorio e per questo motivo il giudice ha respinto la custodia cautelare in carcere. La donna ha comunque l’obbligo di dimora a Palermo,  con il divieto di uscire da casa dalle 20 alle 7, e può anche utilizzare Internet.

Sulla donna, sostiene il gip, ci sono “gravi indizi” e le indagini proseguono. A lei la polizia ha sequestrato in casa materiale informatico e un pc e, si legge nel provvedimento del gip, “ha realizzato le sue condotte attraverso strumenti informatici o telematici e segnatamente attraverso Facebook, condividendo sul suo profilo e sulle pagine del social network relative ad altri gruppi, sia aperti che chiusi, nonché creando creando delle pagine Facebook ad hoc, materiale propagandistico delle attivita’ svolte da gruppi islamici di natura terroristica, sia di tipo documentale che video-fotografico”.

La donna fermata si chiama Khadgia Shabbi e vive a Palermo da tre anni. I pm di Palermo (l’indagine è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Leonardo Agueci e dal pm Gery Ferrara) le contestano l’istigazione a delinquere in materia di terrorismo aggravata dalla transnazionalità dopo alcune segnalazioni e un monitoraggio della polizia durato mesi, accertando i suoi contatti con due foreign fighters, uno in Belgio, l’altro in Inghilterra.

La donna avrebbe anche cercato di pianificare l’arrivo in Italia di un suo cugino, poi morto in Libia in uno scontro a fuoco e avrebbe mandato diverse somme di denaro in Turchia. La ricercatrice sarebbe imparentata con esponenti di una organizzazione terroristica coinvolta nell’attentato all’ambasciata americana in Libia nel 2012 e avrebbe fatto propaganda sui social ad Al Qaeda.

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