Effetto Trump/4. Perché fa paura a Bruxelles (e alla sinistra)

Usa2016
Donald Trump.  (ANSA/AP Photo/ Evan Vucci) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

Trump dovrà provare a creare posti di lavoro alla vecchia maniera, in stile fordista, in un mondo in cui ormai a ogni auto usata in sharing ne corrispondono 15 prodotte in meno

Passata la sbornia del ciclone Donald Trump, ad avere paura non sono tanto i mercati ma piuttosto le capitali europee. In particolar modo le istituzioni comunitarie. Se la vittoria del tycoon fuori dagli schemi ha già fatto scorrere fiumi di inchiostro sulla sconfitta della digital economy a favore della old economy e del Main Street su Wall Street (che comunque ha festeggiato il bingo repubblicano con nuovi record storici del Dow Jones), vanno rilette con attenzione le prime reazioni nell’Ue alla proclamazione del 45 esimo presidente degli Stati Uniti.

Sono improntate alla prudenza, da Francois Hollande ad Angela Merkel fino a Matteo Renzi, per finire con una davvero inusuale alzata di scudi da parte dei due massimi rappresentanti della diplomazia di Bruxelles. Trump ha dichiarato più volte di voler attuare una politica contro tutti gli accordi che ingabbiano la libera economia, gli spazi commerciali e l’azione degli Usa e questo, una volta conclamata la sua vittoria, ha fatto subito suonare un campanello d’allarme a palazzo Berlaymont e dintorni, dove si vive di patti e trattati.

Così, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Jean Claude Juncker si sono congratulati col neo presidente in una lettera congiunta che lasciava intendere una grande preoccupazione. “Oggi – hanno scritto – è più importante che mai rafforzare le relazioni transatlantiche. Non dovremmo risparmiare alcuno sforzo per assicurare che i legami tra noi restino forti e duraturi”.

Nella missiva, Tusk e Juncker hanno anche invitato Trump a visitare l’Europa per un summit Ue-Usa appena possibile: chissà se The Donald sappia davvero chi siano i due. Tusk, che vanta relazioni molto forti con la Germania, ha rincarato la dose e parlato più chiaro. “Questa mattina ci siamo congratulati con Trump per la sua vittoria – ha detto Donald Tusk, riferendosi appunto alla lettera congiunta con Juncker – e pur rispettando il risultato della scelta del popolo americano, siamo consapevoli delle nuove sfide che comporta, in particolare dell’incertezza del futuro della nostra relazione transatlantica”.

Tusk ha ricordato l’origine europea del popolo americano: “Italiani, irlandesi, polacchi, tedeschi e spagnoli, ogni nazione europea ha contribuito a costruire l’America, e gli Stati Uniti hanno fatto sforzi per aiutarci a ricostruire l’Europa nei drammatici momenti del  Ventesimo secolo”.

Insomma, secondo il presidente del Consiglio europeo, “non ci sono alternative alla cooperazione: nessun paese può essere grande se resta isolato”. Questo oggi è vero per la sua Polonia e per tutto il gruppo di Visegrad, per i tre paesi fondatori, Italia, Germania e Francia e anche, guarda un po’, per la Gran Bretagna, che nei fatti sta facendo molti passi indietro dopo la Brexit. Ma il monito può valere anche per gli Usa?

Davvero Tusk e Juncker pensano di poter interferire nelle scelte di politica estera della nazione più potente del mondo, i cui presidenti più volte si sono chiesti quale fosse il numero di telefono di chi comandava in Europa? Spaventa questa ingenuità.

Trump sarà sicuramente una scommessa e dovrà essere in qualche modo piantonato da uno staff di primissimo livello ma potrà contare sulla maggioranza alla Camera e al Senato, su una Federal Reserve che insieme alle altre banche centrali di fatto stabilisce il corso del risparmio e il livello di indebitamento pubblico di tutto il mondo e su una luna di miele con l’alta finanza che sembra gradire (e come darle torto) il suo programma di maggiori spesa statale, minori tasse e grandi lavori.

Un piano keynesiano che sarebbe perfetto anche per l’Unione Europea, che invece arranca ancora dietro pochi decimali di crescita e un’inflazione inesistente. Se il progetto mirabolante trumpiano andrà a segno, facendo raddoppiare i posti di lavoro e la crescita – già oggi gli Stati Uniti creano due milioni di posti all’anno e crescono del 3% – saremo noi europei a doverci preoccupare e in particolar modo tutti i partiti di sinistra, non certo l’inquilino della Casa Bianca, che in fondo può anche fare a meno del Trattato sul libero scambio.

Il paradosso sarebbe veder crescer ancora l’America della middle class repubblicana e stare in eurozona alle prese ancora coi vincoli del 3%. Se Bill Clinton ha liberalizzato il mercato dei servizi finanziari, Barack Obama ha lasciato tutti i player della rete liberi di agire indisturbati (Microsoft, Apple, Amazon, Facebook in primis), Trump dovrà provare a liberare il lavoro dalla prigionia del precariato e riuscire dove democratici americani e tutta Europa hanno fallito: creare posti di lavoro alla vecchia maniera, in stile fordista, in un mondo in cui ormai a ogni auto usata in sharing ne corrispondono 15 prodotte in meno.

Qualcosa di lontanissimo dalle lettere e dalle consuetudini della burocrazia comunitaria.

euxit

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