Europa ultima frontiera

Migranti
Mar Egeo, Grecia ? Greenpeace insieme a MSF durante un?operazione di salvataggio di migranti diretti in Europa. ANSA/ Will Rose/ MSF/ Greenpeace   +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Il problema dei migranti che arrivano non si affronta con l’egoismo e non si affronta da soli

Quale sarà la prossima foto a sconvolgere le coscienze dell’Europa? A settembre scorso fu quella del piccolo Aylan gettato a riva come un bambolotto di plastica dai flutti, annegato a faccia in giù sulle spiagge della Turchia. E oggi? Non sembrano commuovere nessuno le immagini delle ruspe che distruggono la jungla di Calais, le bocche cucite dei rifugiati, il bambino che in Grecia trascina la sua valigetta in quello che con un espressione quasi gogoliana viene ormai chiamato “il deposito delle anime”, davanti alla frontiera sbarrata della Macedonia. Sono immagini drammatiche, ma l’impressione che in molti girino la testa dall’ altra parte. Tra pochi giorni un nuovo vertice europeo tornerà a parlare dei profughi e dei migranti.

La speranza di arrivare ad una conclusione non sono molte se il presidente del Consiglio d’Europa, il polacco Tusk, non ha nulla di meglio che lanciare un appello alle persone in fuga chiedendo loro semplicemente di restare a casa. Ma non possiamo arrenderci al pessimismo, perché se continuasse a prevalere la logica dei muri e del filo spinato la prossima vittima di questa emergenza sarebbe l’Europa. Non è una questione di buoni sentimenti: questa è la prova più ardua almeno dalla fine della guerra fredda che il continente si trova ad affrontare. Dopo gli anni dell’allargamento, di Schengen, dell’integrazione non solo commerciale tra i diversi paesi, siamo entrati in un lungo riflusso in cui si respira un’aria amara e tornano a prevalere vecchi e nuovi nazionalismi, vecchi e nuovi egoismi. E’ quasi un paradosso logico che questo avvenga per di più su un tema come quello delle migrazioni e del dramma dei rifugiati che – per le sue dimensioni e per il suo stesso carattere – è impossibile affrontare nella dimensione degli stati nazionali. Quanto più è chiaro a tutti che serve una risposta europea che coinvolga tutti e veda all’opera tutti, tanto più invece sembrano emergere le soluzioni fai da te: le dichiarazioni austriache che sospendono Schengen, i reticolati e i poliziotti in assetto antisommossa in Macedonia, le ruspe a Calais non cuore più antico del sogno europeista.

Fanno riflettere le conclusioni del recente vertice franco inglese in cui il primo ministro Cameron ha pensato di affrontare il problema investendo 22 milioni di euro per rendere impenetrabile il tunnel sotto la Manica e sovvenzionando la decisione francese di smantellare almeno in parte la jungla di Calais. E viene ancora più da riflettere pensando che Cameron dichiara di volerlo fare in nome del suo no alla Brexit, all’uscita della Gran Bretagna dalla Ue, come a dire che solo se il suo paese rimane fuori dal dramma dei rifugiati ci sono le condizioni per rimanere in Europa. I luoghi di partenza delle colonne di migranti sono sempre i soliti: la Siria, la linea mobile di uno stato che non c’è come il Kurdistan, la incandescente sponda mediterranea dalla Libia all’Egitto, il cuore profondo dell’Africa sub sahariana dove instabilità, conflitti, spinta migratoria alla ricerca di una vita migliore . In Siria si sperimenta da qualche giorno un fragilissimo cessate il fuoco.

Ma una tregua d’armi non è la pace. In Libia anche la tragica uccisione degli ostaggi italiani usati come scudi dai fanatici dell’Isis sta spingendo l’Europa e l’Occidente verso una assunzione di responsabilità più piena . Il primo obiettivo è però ricostruire le condizioni di stabilità di quel paese martoriato e questo deve avvenire attraverso la costituzione di un governo di unità nazionale. È richiesta oggi l’intelligenza della politica , più che la forza delle armi. Se poi i legittimi rappresentanti del popolo libico, uniti, riterranno di dover chiedere il sostegno politico della comunità internazionale per la decisiva, per tutti, ricostruzione della loro nazione è persino ovvio che quell’aiuto non potrà mancare. Ma porre l’enfasi sulle armi e sulle missioni è , come sempre, dare una risposta emotiva, sganciata da una visione strategica… E l’Italia? L’Italia è sempre stata un avamposto. Noi sappiamo meglio di chiunque altro due cose: questo problema non si affronta con l’egoismo e non si affronta da soli. Troppo a lungo invece siamo stati lasciati soli prendendoci i rimproveri dal resto d’Europa perché magari vigilavamo poco le frontiere (non tanto quelle in entrata in Italia, ma quelle che i profughi superavano lasciando in molti il nostro Paese). In questi giorni (non è una novità) torna a farsi sentire forte l’umore nero della nostra destra: gli insulti a Renzi per le sue iniziative nellaUe, gli sberleffi al capo dello Stato che invoca i corridoi umanitari per permettere ai profughi di uscire dal “deposito delle anime” o dalla jungla.

C’è da mettersi d’accordo sul senso delle parole: di che cosa parliamo quando parliamo d’Europa? Credevo che ci fossimo lasciati alle spalle l’idea che questa parola volesse dire solo un po’ di fondi, qualche aiuto per il latte danese o per chi getta sotto i cingoli dei trattori la frutta prodotta “in eccesso”. L’euro, Schengen, i ragazzi dell’Erasmus rappresentavano anche in maniera tangibile l’idea della nascita di un soggetto unitario in cui cittadini, culture, idee e non solo merci viaggiassero per confrontarsi e scambiarsi. Tutti sappiamo che i grandi fenomeni migratori spinti dalla fuga dai conflitti non sono una semplice questione di accoglienza. Hanno bisogno di politiche internazionali, di capacità di gestione, di condivisione degli sforzi, di una guida collettiva.

Ecco tutto questo era l’Europa per quei “sognatori coi piedi per terra” che hanno scritto il manifesto di Ventotene. Non i muri, ma la civiltà dell’integrazione, di esseri umani e di stati. Il nazionalismo, la xenofobia, l’odio hanno reso l’Europa un cumulo di macerie, non molti decenni orsono. Nel sonno della memoria che ci rende ciechi vogliamo non vedere questo pericolo?

Vedi anche

Altri articoli