Europa, socialdemocrazia al bivio. La mappa dei partiti in crisi

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Dalla Grecia al Regno Unito, dalla Francia alla Spagna e alla Germania: cosa sta succedendo ai partiti socialisti e socialdemocratici e come invertire la rotta

La sinistra, intesa come socialdemocrazia, non vive un momento di grande splendore. Lo stagnare dell’economia, l’acuirsi dei conflitti sociali, la grande questione delle migrazioni con tutto ciò che ne consegue e scelte spesso discutibili dei partiti socialdemocratici nazionali, ma anche del Partito socialista europeo, hanno creato una frattura tra la classe dirigente e il corpo elettorale.

Proviamo qui ad analizzare alcuni casi che dimostrano come in Europa spesso la debolezza della socialdemocrazia faccia da contraltare alla crescita di movimenti populisti, che fanno sempre più breccia nelle classi popolari, un tempo il corpo elettorale più massiccio a sostegno proprio dei movimenti di ispirazione che potremmo definire socialdemocratica.

Il caso greco e la sostanziale scomparsa del Pasok
La Grecia è il caso più lampante delle difficoltà dei partiti socialisti europei. Il Pasok in 7 anni è passato dal governo monocolore con il 43,92% al 6,28% delle ultime elezioni. Una crisi finanziaria senza precedenti e le divisioni interne uniti all’ascesa del partito di sinistra Syriza guidato da Alexis Tsipras sono stati le cause principali di un declino che sembra inarrestabile.

Una speranza però c’è ed è proprio riposta in Alexis Tsipras, l’uomo che ha contribuito maggiormente al calo del Pasok. Dopo un inizio molto sbilanciato a sinistra, infatti, il premier greco ha corretto il tiro (costretto dagli eventi) riportando l’asse della sua politica un po’ più al centro, con tanto di una scissione a sinistra di molti esponenti, primo fra tutti l’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis, che hanno lasciato Syriza per formare un partito più a sinistra. Una scissione che, almeno nelle elezioni del settembre 2015, non ha avuto i risultati sperati con gli ex Syriza fuori dal Parlamento e Tsipras nuovamente premier.

Da qui a dire che il partito di Tsipras possa essere la guida greca nel Pse che ne passa. Il premier greco, infatti, è il leader della sinistra europea, con cui si è candidato alla guida della Commissione, e in patria non è nemmeno alleato con il Pasok. Certo che nell’ultimo anno i rapporti con i leader del Pse sono diventati ottimi, primo fra tutti con Matteo Renzi, ma al momento l’ingresso di Syriza nella famiglia socialisti europei sembra improbabile.

Il Regno Unito, c’era una volta la terza via di Blair
C’era una volta la terza via, questa potrebbe essere la sintesi di ciò che è successo nel Labour in questi ultimi anni. Era la fine degli anni ’90 e Tony Blair insieme a Bill Clinton erano gli alfieri mondiali di questa nuova forma di progressismo. Nel Regno Unito dopo quasi 20 anni di governi conservatori con Thatcher e Major, il giovane leader laburista vinceva le elezioni e occupava il numero 10 di Downing Street.

Blair aveva fatto del partito, rinominato dai commentatori New Labour, un movimento più moderno, più aperto, più riformista, non più legato ai totem classici della vecchia socialdemocrazia. Questo cambio di politica ha portato a dieci anni di governo consecutivi di Blair, più due del suo successore Gordon Brown.

Da quel momento qualcosa si è rotto all’interno del Partito Laburista: prima l’elezione di Ed Milliband (soprannominato, non a caso, Red Ed) a scapito del fratello (blairiano) David, e poi la conquista della leadership laburista di Jeremy Corbyn sembrano aver messo definitivamente in soffitta l’esperienza del New Labour. Una svolta a sinistra, quasi sindacalista, con un partito sempre più in difficoltà e in costante calo nei sondaggi.

La sconfitta di Milliband alle elezioni del 2015 tuttavia è stata onorevole, anche se in molti vista la stagnazione dell’economia con il primo governo Cameron, si aspettavano una vittoria Laburista. Dopo la sconfitta, paradossalmente, il Labour si è sbilanciato ancora più a sinistra con Corbyn oppositore del New Labour e fautore di un programma oltranzista e statalista. Come scrive Bertinetti, dello sbilanciamento a sinistra l’unica ad esultare è Theresa May, primo ministro conservatore che ha preso il posto di David Cameron dopo il referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Ad oggi sembra improbabile per il Labour, dato in calo dai sondaggi, riuscire a tornare alla guida della Gran Bretagna in tempi brevi. Il Partito Laburista a guida Corbyn ha deciso di parlare agli elettori che già lo votano, rinunciando a svolgere un ruolo di sintesi, cosa fatta egregiamente nell’era Blair.

La Spagna post-Zapatero e il Psoe che fatica a ritrovarsi
Il 2011 è l’anno che segna l’inizio del declino del Psoe, alla guida della Spagna dal 2004 con José Luis Rodríguez Zapatero. I 7 anni di governo del premier spagnolo hanno rappresentato per i partiti socialisti di tutta Europa un modello, con la Spagna in costante crescita economica e culturale e il Psoe in costante crescita elettorale. Certo la situazione di partenza era quasi drammatica, ma le politiche messe in campo da Zapatero hanno dato una grande spinta all’economia spagnola.

La crisi economica e l’esplosione della bolla immobiliare hanno messo però in evidenza tutti i problemi spagnoli e così anche l’azione di governo dei socialisti è stata vista da un’altra prospettiva. Dal 2011 il Partito Popolare ha preso in mano le redini del Paese, fino alle elezioni del dicembre 2015: da allora la Spagna non ha un governo, nonostante i cittadini si siano recati per ben due volte alle urne, facendo scivolare il paese iberico in una paralisi politica unica nella storia.

Nella crisi generale dei due maggiori partiti che da trent’anni governano il Paese, il Psoe è quello che accusa una flessione maggiore. Dal 2008 al 2015 ha infatti dimezzato i suoi voti passando dal 43,8% al 22%, insidiato da Podemos, nuovo soggetto politico di sinistra che lo incalza.

L’incertezza politica e la mancanza di un accordo, sia a destra che a sinistra, per la formazione di un governo sembrano aver penalizzato ulteriormente i socialisti, che nelle elezioni regionali di pochi giorni fa in Galizia e nei Paesi Baschi hanno vissuto il sorpasso di Podemos. Il Psoe soffre di una carenza di leadership, con Sanchez messo in discussione all’interno del suo stesso partito, con una parte che preme per un governo di coalizione con i Popolari che metterebbe fine alla paralisi politica che il Paese sta vivendo da ormai un anno.

In Germania il sentiero sempre più stretto per la Spd
La situazione della Spd forse è la più complicata nel panorama politico del socialismo europeo. E’ il partito che ha modernizzato la Germania con il cancelliere Gerhard Schröder, come Blair uno dei massimi esponenti della Terza via.

Quando nel 1998 l’Spd, con Schröder, conquistò la cancelleria a scapito di Helmut Kohl la situazione in Germania non era proprio rosea, ma grazie ad una politica seria e di sviluppo, a riforme dure e coraggiose, oltre a qualche concessione dell’Europa, Schröder riuscì a capovolgere la situazione portando la Germania ad essere tra i motori d’Europa.

Alle elezioni del 2005 dopo due mandati, però, perse contro Angela Merkel l’astro nascente della Cdu venuto dall’Est. In realtà avrebbe avuto i numeri per formare un governo rosso-rosso-verde, ma almeno a livello nazionale la Spd si è sempre rifiutata di allearsi con la sinistra radicale, che comunque non era propriamente favorevole alle politiche economiche di Schröder.

La scelta della Spd fu quella di formare un governo di coalizione, appoggiando la Cdu di Angela Merkel. Da quel momento i socialdemocratici non riuscirono più a conquistare la Cancelleria, tutt’ora in mano a Frau Angela con il sostegno della Spd. Se c’è una parola che contraddistingue i socialdemocratici tedeschi quella è sicuramente coerenza, infatti per ben due volte (2005-2013) hanno avuto la possibilità di formare un governo di sinistra con la Linke e per due volte hanno appoggiato la grosse koalition, mettendo davanti gli interessi del Paese a quelli del partito.

Questa posizione ha naturalmente penalizzato l’Spd, stretta tra la morsa della Cdu e quella della Linke. In vista delle elezioni federali del prossimo anno, la situazione politica tedesca non è delle migliori, con entrambi i partiti principali che vedono il consenso erodersi a vantaggio del partito antieuropeista Alternative für Deutschland a destra e della Linke a sinistra. Le posizioni di quest’ultimo periodo, sia sui temi economici che sull’immigrazione, fanno pensare ad uno spostamento a destra del partito, cosa che potrebbe rafforzare ulteriormente la Linke.

Con questi numeri qualsiasi esito è possibile, anche se sembra ancora in pole position una nuova grosse koalition, che però potrebbe, per la prima volta, essere a guida socialdemocratica.

La crisi del Partito socialista in Francia e il crollo di Hollande
In Francia il Partito Socialista è al governo, ha la maggioranza nell’Assemblea legislativa, ma le cose non vanno affatto bene. La popolarità del presidente Hollande e del primo ministro Valls sono in caduta libera e la politica del governo non è molto apprezzata dai cittadini.

Il rischio concreto per il partito socialista, dopo aver governato per 5 anni il Paese, è quello di ritrovarsi fuori dal ballottaggio nelle presidenziali del 2017, e addirittura terza forza nell’Assemblea legislativa. I sondaggi e anche l’esito delle elezioni intermedie pronosticano un ballottaggio tra le due formazioni di destra: l’Ump dell’ex presidente Nicolas Sarkozy e il Front National, partito identitario e antieuropeista, di Marine Le Pen. Non sarebbe la prima volta, già nel 2002 la Francia ha celebrato un ballottaggio tra i due partiti di destra, ma un chiaro segnale sulla rotta sbagliata scelta dal Psf, a cui vengono contestate le politiche sul lavoro, le politiche sull’immigrazione e le politiche antiterrorismo, in un paese che ha subito tre grandi attacchi terroristici in meno di due anni.

La risposta a queste richieste, però, è stata peggiore della strada scelta in partenza con un appiattimento a destra che non fa onore ad un partito socialista importante come quello francese. Dopo le presidenza Mitterrand il Psf ha vissuto una lunga crisi che la vittoria di Hollande nel 2012 sembrava aver messo alle spalle, ma l’azione di governo ha riportato il partito indietro di quindici anni, almeno elettoralmente.

La speranza è che l’astro nascente e ex ministro ministro dell’Economia Emmanuel Macron, non molto gradito dalla base che lo accusa di aver tradito le aspettative della sinistra francese, possa in qualche maniera arginare questo perdita di consensi. Certamente non succederà in questa tornata elettorale dove il Psf sembra essere già battuto.


Questo breve giro politico dell’Europa ha certificato uno stato di salute precario per i partiti socialisti e socialdemocratici. Ogni Paese ha peculiarità e problemi diversi dagli altri, ma una cosa sembra accomunare tutti i partiti socialdemocratici europei: l’esaurimento di quella spinta riformista che tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 portò grande beneficio a tutta Europa.

Il passaggio di oggi è delicatissimo. I leader socialdemocratici sono chiamati all’impresa titanica di trovare risposte comuni davanti all’epocale mutazione economica e sociale che sta affliggendo il vecchio Continente. Gran parte del futuro della sinistra europea passa dal rafforzamento delle istituzioni comunitarie, verso quell’idea di Stati Uniti d’Europa, da tempo teorizzati ma mai neanche lontanamente attuati. O l’Europa o la morte, prima che altri Paese possano seguire la scia della Brexit e il pessimo esempio del Labour.

La strada è stretta per le socialdemocrazie, ma sembra obbligata e si chiama cambiamento. Solo tornando alla spinta riformista del passato si può pensare di non soccombere davanti all’avanzamento dei populismi, siano essi di destra e di sinistra.

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