“Europa, ritorno al futuro”, perché l’Italia ha invitato i sei Paesi fondatori dell’Ue

Europa
(L-R) Belgian Foreign minister Didier Reynders with his counterparts Lauret Fabius of France, Frank-Walter Steinmeier of German, Paolo Gentiloni of Italy, Jean Asselborn of Luxembourg, Bert Koenders of Hollande during the meeting of Foreign ministers of Ue six founders, in Rome, Italy, 9 February 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Come leggere l’appuntamento di oggi nel quadro della strategia del governo italiano per rilanciare l’Europa. Anche a due velocità

In una fase di fragili equilibri e di alleanze trasversali sui diversi temi, non era affatto scontato riuscire a riunire i ministri degli Esteri dei sei Paesi fondatori dell’Unione europea in una stessa sala, a discutere (a porte chiuse) di come innanzitutto salvare e quindi riuscire a rafforzare le istituzioni comunitarie. Che a riuscirci sia stata l’Italia, con l’azione del ministro Paolo Gentiloni, è un’ulteriore dimostrazione del protagonismo che il governo vuole esercitare a livello europeo.

Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi, nonostante l’iniziale resistenza di qualcuno, discutono nello scenario di Villa Madama delle difficoltà che l’Ue sta avendo in questo momento, a partire dal flusso di migranti che – per la scelta di alcuni Paesi di chiudere le frontiere – sta mettendo a rischio la libera circolazione sancita dal Trattato di Schengen e, con essa, l’idea stessa di Europa.

Quello che formalmente è solo un incontro in vista del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma il prossimo anno, assume così un valore politico. Un appuntamento che si inserisce sulla scia di quanto detto da Matteo Renzi a Berlino e, soprattutto, della visita a Ventotene. Concetti che il premier ribadisce ancora oggi nella sua eNews: il tema non è quello di “battere i pugni sul tavolo”, bensì “richiamare l’Europa al proprio destino, alla propria vocazione. L’Europa senza crescita è destinata a svanire, l’Europa senza valori è destinata a morire”.

A palazzo Chigi definiscono questa missione come una sorta di “ritorno al futuro”: ritrovare le radici comuni che hanno portato all’Unione per valorizzarle nelle sfide attuali. E in questo, scrive Renzi “l’Italia – finalmente uscita dalla crisi e dal tempo delle promesse vane – può giocare un ruolo di stimolo molto importante”.

In questo quadro, non è escluso che si possa pensare a forme di integrazione differenziata all’interno dell’Unione europea, come già previsto dai Trattati. È uno dei temi sul tavolo dei sei Paesi fondatori, anche se nessuno – a partire dal governo italiano – pensa che si possa formare un circolo chiuso. La necessità, semmai, è di includere nel nucleo che può fare da traino all’integrazione europea quanti più Stati membri possibili, a partire da una convergenza sulle questioni più delicate, da Schengen – ovviamente – alle politiche economiche e di welfare.

In quest’ultimo campo, la proposta del ministro Padoan di istituire un’assicurazione contro la disoccupazione a breve termine, quanto meno nei Paesi dell’Eurozona, rappresenta già un primo esempio concreto messo sul tavolo dall’Italia. E già si discute anche di un ministro delle Finanze unico per i Paesi in cui circola l’euro.

Intanto, oltre all’appuntamento organizzato da Gentiloni oggi e il vertice dei capigruppo del Pse di ieri, Renzi proseguirà il suo giro di colloqui con i colleghi europei ricevendo venerdì prossimo il cancelliere austriaco Faymann (che proprio in questi giorni ha avanzato a Bruxelles la richiesta di scorporare dal calcolo del deficit le spese impreviste per l’emergenza immigrazione, proprio come chiesto anche dall’Italia) e la prossima settimana il premier incaricato spagnolo Pedro Sanchez.

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