Europa e Italia in cerca di strategie comuni contro la radicalizzazione in carcere

Terrorismo
CARCERE REGINA COELI DETENUTI AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA RECLUSIONE ARRESTO POLIZIA PENITENZIARIA CARCERATI CELLA - REGINA COELI - fotografo: IMAGOECONOMICA

Gli Stati generali dell’Esecuzione penale certificano che qualcosa sta cambiando nel sistema carcerario italiano

La prima notizia – nel giorno in cui si aprono gli Stati generali dell’Esecuzione penale, ieri nell’Auditorium del carcere di Rebibbia, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – è che questa volta l’Europa, in materia di carceri, non si presenta con l’ennesima lettera di richiamo all’Italia, ma la promuove a pieni voti.

Certo il lavoro da fare è ancora moltissimo e la Commissaria Europea Vera Jourovà, in conferenza stampa con il Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, promette di mantenere alta l’attenzione, ma intanto approva l’azione degli ultimi tre anni che ha portato il sovraffollamento nelle carceri dal 150% al 105%.

Dal 2010 ad oggi i detenuti sono passati da 67.971 a 53.495, 29.679 persone scontano la pena non in carcere: 10.000 ai domiciliari, oltre 12.000 in affidamento in prova e circa 6.500 in lavori di pubblica utilità, mentre 2.300 sono controllate con braccialetto elettronico.

La condanna del Consiglio d’Europa (nota come “sentenza Torreggiani”) è ormai alle spalle per ammissione della Vicesegretaria generale del Consiglio, Gabriella Battaini Dragoni: «Con grande soddisfazione mi faccio referente delle felicitazioni del Consiglio d’Europa che lo scorso marzo ha chiuso il caso italiano per constatato adempimento di tutte le prescrizioni della Corte».

La seconda notizia, non meno importante, è che tra l’Italia e l’Europa c’è piena sintonia sul modo di contrastare la radicalizzazione del terrorismo islamico che cerca di fare delle carceri un luogo di proselitismo, come ieri ha ricordato il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, secondo il quale a rischio sono i detenuti comuni di fede islamica che possono trovare nel terrorismo una risposta al fallimento dell’integrazione. Occorre monitorare dentro il carcere, ma anche dopo.

Una minaccia che provoca paure e rischia di evocare nell’opinione pubblica un sentimento securitario che potrebbe frenare la riforma carceraria e una nuova idea dell’esecuzione della pena, che sono al centro degli Stati Generali. Esiste questo rischio? Lo abbiamo chiesto al Ministro Orlando e alla Commissaria Jourovà. Entrambi rispondono di no.

Intanto perché, dice il Ministro Orlando, «non è certo la minaccia di una pena più alta che può frenare un terrorista disposto a tutto». Proprio i paesi che hanno invocato le politiche di sicurezza più dure, stanno pensando di definire modalità di esecuzione della pena diverse dal carcere per i soggetti entrati nella rete della radicalizzazione. Ovviamente non è un discorso riferito ai terroristi, ma ai soggetti radicalizzati. Carceri costruite su modelli ottocenteschi rischiano di divenire il brodo di coltura dove il reclutamento diventa più facile. Occorre che il carcere non diventi occasione di proselitismo. E dunque trattamenti individualizzati finalizzati alla sanzione ma anche al recupero dei detenuti sono un modo concreto, il più utile per contrastare la radicalizzazione terrorista. Quanto ai numeri, si tratta, per quanto riguarda l’italia, di circa 360 detenuti radicalizzati. Un numero non elevato dunque, che comunque monitoriamo.

Inoltre, aggiunge, la Commissaria Europea «finché non avremo in tutti i paesi europei delle carceri dove siano rispettati standard dignitosi per i detenuti, sarà difficile che possa essere effettivamente attuato il mandato di cattura europeo», che è uno strumento cruciale nella lotta al terrorismo. Il tema al centro degli Stati Generali, a quarant’anni dalla riforma dell’ordinamento penitenziario, è una nuova idea dunque dell’esecuzione penale che affronti le condizioni di vita nelle carceri, le politiche di recupero e reinserimento, le pene alternative, la professionalità di chi lavora nel carcere. Studiosi, politici, autorità religiose e istituzionali: dal vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, al presidente della Cei, Cardinale Angelo Bagnasco, la presidente della Rai Monica Maggioni. Si tratta, per dirla con il Presidente emerito della Corte Costituzionale, Giovanni Filck, di «fare entrare nel carcere la Costituzione e far entrare il carcere nella logica della Costituzione» che all’articolo 27 chiede di eseguire una pena umana e finalizzata al recupero. Si tratta anche di una sfida culturale, Orlando lo dice apertamente, nei confronti di chi usa «il carcere come elemento declamatorio, come ornamento demagogico, come puro artificio che genera paura, stupore, consenso…l’illusione securitaria ha pensato che la segregazione e l’inasprimento delle pene potesse compensare l’indebolimento dello stato sociale. Con questo armamentario si è pensato di affrontare fenomeni come la droga, l’immigrazione, la marginalità psichica, persino la miseria».

Affrontato il tema del sovraffollamento, ora si tratta di sconfiggere l’altro grande male del carcere italiano: il tasso di recidiva che è tra i più alti d’Europa. Il paradigma va completamente rovesciato: «I richiami securitari hanno presa nei proclami, ma poca o nessuna efficacia nella realtà dei fatti», perché i numeri dicono che è i detenuti che usufruiscono di misure alternative al carcere torna no a delinquere molto di meno, dice il Ministro. «È fallace la convinzione che un maggior tasso di carcerazione produca più sicurezza sociale, essendo vero al contrario che l’espiazione extracarceraria della pena abbatte il tasso di recidiva», conferma Glauco Giostra, coordinatore dei 18 tavoli che hanno lavorato a definire le proposte che saranno discusse negli Stati Generali.

Un lavoro importante che si avvale anche della nuova figura del garante dei diritti delle persone detenute, Mauro Palma, nominato a febbraio, dell’autorevole patrocinio del presidente emerito Giorgio Napolitano che, lo ha ricordato ieri, dedicò alla condizione delle carceri il suo unico messaggio al parlamento. E che registra la presenza ideale dell’uomo che più di ogni altro si è battuto per i diritti dei detenuti: Marco Pannella, citato sia da Orlando che da Napolitano e salutato da una ripetuta e affettuosa serie di applausi.

Ci sono anche elementi controversi, come quelle del 41 bis, il carcere duro per i mafiosi. Il Procuratore Nazionale Antimafia, Roberti, ne sottolinea la centralità e l’efficacia nel contrasto alla criminalità organizzata ma, lo dice Flick, pur senza volerlo abolire ci si comincia a interrogare su possibili applicazioni puramente vessatorie.

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