Europa a due velocità o a più velocità? Facciamo un po’ di chiarezza

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Quali sono le questioni sul campo? Come potrebbe evolvere il progetto? Cominciamo a sgombrare il campo da alcuni equivoci

Un’Europa a due velocità. O meglio, un’Europa a più velocità. E’ questa la risposta (tardiva nei confronti della Brexit e anticipata nei confronti di un’eventuale Frexit) che Angela Merkel ha deciso di mettere in campo per rilanciare il progetto comunitario. Un progetto fino ad oggi affossato dall’immobilismo istituzionale, dalla crisi economica, dall’emergenza migranti, dalle minacce interne ed esterne. L’appuntamento per mettere nero su bianco il cambio di passo è fissato: il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, con il vertice che si svolgerà nella Capitale italiana il prossimo 25 marzo. L’idea, tutta ancora da limare e perfezionare, ha già ottenuto il plauso di molti portavoce storici dell’europeismo, tra cui Romano Prodi.

Il tema vero, ora che la Cancelliera tedesca ha fatto propria la proposta lanciata dai Paesi del Benelux, è capire come avverrà questo processo, quale sarà la marcia d’avvicinamento all’appuntamento di Roma e quali aspetti riguarderà.

Tutto è ancora molto prematuro (l’ha detto, tra gli altri, anche Mario Draghi), ma possiamo cominciare a sgombrare il campo da un equivoco che sembra già aver fatto breccia nell’opinione pubblica italiana. Non si tratterà di fare due gruppi di Paesi e decidere chi starà da una parte e chi dall’altra. Non si è parlato (e non se ne parlerà a Roma) di euro 1 e euro 2, non ci sarà un gruppo che cammina e uno che sta fermo. Lo scenario più ipotizzabile è quello di una Europa “a isole” o “a cerchi concentrici” che si svilupperanno su diversi temi. Temi sui quali chi oggi frena (ottenendo il risultato di bloccare tutti gli altri) domani non avrà più la possibilità di farlo.

Le questioni sul tavolo, quelle che realisticamente possono arrivare sul tavolo di Roma, sono sicuramente tre: sicurezza, difesa e lotta al terrorismo. Probabilmente anche l’immigrazione. In sostanza si tratta di stabilire che, per esempio, se Austria e Irlanda (legittimamente) si disinteressano ad una politica di sviluppo comune in materia di difesa, non si ferma tutto il processo ma si prosegue con chi ci sta. Stesso discorso può valere per i Paesi dell’Est su immigrazione e sicurezza. E così su tutti gli altri temi. Certo, in questo senso prima o poi il discorso dovrà per forza di cose toccare anche le questioni economiche.

E qui, senza dubbio, per l’Italia la situazione si complica a causa del debito pubblico imponente. Stare al passo dei Paesi più virtuosi, in questo caso, vorrebbe dire per il nostro Paese partire da un’indubbia posizione di svantaggio. Uniformare le politiche fiscali, completare l’unione bancaria, rilanciare il mercato unico sono tutte questioni che non finiranno sul tavolo del vertice di Roma ma che, se e quando verranno perseguite, imporranno all’Italia interventi drastici e strutturali.

Il dado, comunque, è tratto. Sarà la Germania a condurre i giochi e in un contesto pre-elettorale come quello che sta vivendo Berlino, c’è da aspettarsi che Angela Merkel non abbia intenzione di “regalare” nulla a nessuno. Fino al 24 settembre (data delle elezioni) la Cancelliera, insidiata a destra dai populisti di Alternative fuer Deutschland e a sinistra dalla risalita della Spd a guida Schulz, cercherà di mantenere aperte sia la strada della rinvigorita spinta europeista, sia quella di giocare (e magari anche inasprire) la parte della maestra intransigente con gli alunni indisciplinati (e la Bce?).

Quel che è certo, e lo ha capito lei stessa dopo la doccia fredda della Brexit, è che lo status quo non può più bastare. Le sue scelte politiche non influiranno solo sulle elezioni di casa, ma anche su quelle altrettanto determinanti per il futuro comune, che si svolgeranno in rapida successione in Olanda, in Francia e, al massimo nella primavera del 2018, anche in Italia. Fare qualcosa il prima possibile, lanciare un messaggio chiaro, dare un segnale forte. Da una parte per tornare a far soffiare il vento dell’Europa unita (e, perché no, rispondere anche alle provocazioni che arrivano da Washington), dall’altra per prevenire altre fughe che segnerebbero la fine di un’epoca. E l’inizio di una nuova era, piena di incognite.

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