Erdogan blocca Wikileaks dopo la diffusione di 300mila che riguardano il suo partito

Turchia
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A quattro giorni dal golpe fallito, il presidente turco continua con la sua crociata contro i presunti supporter dell’azione militare

La Turchia ha bloccato l’accesso al sito Wikileaks,  dopo che il portale fondato da Julian Assange ha reso pubblico un archivio di mail riservate dell’Akp, il partito che il presidente Recep Tayyip Erdogan fondò nel 2002 e di cui è sempre stato indiscusso leader. Ben 294.548 mail inviate e ricevute da 762 indirizzi dei vertici della formazione politica del presidente turco, che partono dal 2010 e arrivano fino al 6 luglio, 9 giorni prima del golpe fallito di venerdì scorso.

Wikileaks ha detto di aver ottenuto il materiale una settimana prima del fallito colpo di stato e di aver deciso di pubblicarle in risposta alla repressione del presidente in atto in questi giorni: “Abbiamo verificato il materiale e la fonte che non sono collegati agli autori del colpo di Stato, né a un partito politico o a uno Stato rivale”. Tutti i messaggi hanno come indirizzo quello del partito “akparti.org.tr”.

Dopo la diffusione, però, le autorità di Ankara hanno bloccato l’accesso al sito di fondato da Julian Assange.

 

 

Si tratta di una ”misura amministrativa”, ha detto l’Autorità turca per le telecomunicazioni che, a seguito del tentativo di golpe, ha messo al bando una serie di portali di notizie e di siti web.

Nel frattempo, a quattro giorni dal golpe fallito, Erdogan continua con la sua crociata contro i presunti supporter dell’azione militare, legati all’imam Fethullah Gülen. Dopo esponenti dell’esercito e della magistratura, oggi nel mirino sono finiti i 1577 rettori di tutte le università della Turchia, le cui dimissioni sono state chieste dal Consiglio per l’educazione superiore.

Le epurazioni hanno colpito anche la scuola pubblica, con oltre 15mila tra impiegati, funzionari ministeriali e insegnanti sospesi con effetto immediato e iscritti come indagati in un’inchiesta dello stesso ministero dell’Istruzione. I dipendenti pubblici epurati vanno ad aggiungersi ai quasi 9mila cacciati dal ministero dell’Interno e ai 2400 appartenenti ad altri dicasteri.

 

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