“El Clan”, l’anonima sequestri a conduzione familiare nell’Argentina post dittatura

Trailer
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Non convince appieno la pellicola dell’argentino Pablo Trapero, che nel tentativo di strizzare l’occhio al pubblico generalista perde in profondità

Vincitore del Leone d’Argento come migliore regia nella passata edizione della Mostra di Venezia, El Clan, di Pablo Trapero, racconta le vicende realmente accadute della famiglia Puccio durante la prima metà degli anni ottanta, in una Argentina in piena fase di transizione, che approda dalla dittatura militare alla democrazia e dove permangono ampi strati di opacità e connivenze tra stato e malavita. Paradigmatico di questa realtà è il caso di Arquimedes Puccio, membro di una speciale unità di intelligence durante la cosiddetta guerra sporca, periodo in cui la sospensione dei diritti umani, il sistematico sequestro di persona, e l’eliminazione degli individui invisi al regime sono all’ordine del giorno.

Nel 1983, con l’avvento della democrazia, Arquimedes adatta le sue attitudini “criminogene” al mutato contesto storico, mettendo in piedi uno scellerato quanto fruttifero business di sequestri di persona, per assicurare ai propri cari un elevato tenore di vita. Beneficiando di coperture politiche, l’attività di Puccio si svolge nel quotidiano del suo contesto familiare: e questa situazione costituisce uno dei principali cortocircuiti messi in scena visivamente da Trapero, come nel potente piano sequenza ripreso dal trailer della pellicola, dove si vede un apparentemente innocuo e canuto signore attraversare l’appartamento con un vassoio, redarguire il suo primogenito che bivacca scomposto in salone e avvertire premurosamente la figlia che è pronta la cena. Alla fine del suo percorso apre una porta chiusa e abbiamo di colpo accesso all’orrore: un giovane incappucciato e incatenato che si dimena in preda agli spasmi.

Tra tutti i membri della famiglia Puccio, a essere al centro della narrazione è il secondogenito Alejandro detto Alex, campione di rugby. Il suo è il personaggio chiave per indagare il formarsi di una morale deviata, che lo vincola al padre e a partecipare alle sue imprese criminali. Il conflitto lacerante tra i principi del clan (la famiglia) e una più ampia morale intersoggettiva, non gli impedisce di partecipare, seppur riluttante, a sequestri di persone che conosce, tra i quali anche quello di un compagno di squadra; e mentre uno dei suoi fratelli riesce a sottrarsi al giogo paterno scappando all’estero, anche lui, come la madre e gli altri fratelli, sembra subire gli eventi in un misto di accettazione passiva e complice collaborazionismo.

Ma se la storia dei Puccio in sé, per lo più sconosciuta in Occidente, ha un potenziale esplosivo, la pellicola fallisce nel metterla in scena in maniera convincente; da un lato estremizzando il registro narrativo in chiave pop, quasi da serial televisivo, con l’effetto di delineare i personaggi in modo netto ma appiattendoli su una prospettiva monodimensionale: dall’altro, limitandosi a una ricostruzione del contesto storico sicuramente d’impatto, ma che risulta meramente giustapposta alle vicende raccontate, rendendo la storia quasi un teatrino di personaggi inerti su uno sfondo tanto vivido quanto posticcio.
Alla fine viene da chiedersi quanto il doppiaggio in Italiano possa aver influito sui difetti di un film che strizza l’occhio al pubblico generalista perdendo, nel contempo, molto nella profondità della rappresentazione dei suoi protagonisti.

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