Effetto Ventotene

Europa
Italian Prime Minister Matteo Renzi during the press conference at the end of the meeting with French President Francois Hollande and German Chancellor Angela Merkel on the Italian military ship "Garibaldi" near Ventotene island, Tirreno sea, Italy, 22 August 2016. 
ANSA/CESARE ABBATE

Da Ventotene è partita la sfida ai populismi e agli estremismi distruttori e anti-europei

Visione e concretezza: questo è stato il Vertice di Ventotene. Visione: di tre leader che in un momento particolare e straordinario per l’Unione hanno deciso di assumersi responsabilità particolari e straordinarie. Concretezza: delle soluzioni – per la sicurezza, i giovani e la crescita – delineate in vista di Bratislava. Non è vero che Ventotene sia “s olo” un simbolo. È stato un progetto politico visionario e coraggioso e deve tornare ad esserlo. Li dove i padri fondatori dell’Europa scontarono la “c o l p a” di essere antifascisti e ci regalarono il Manifesto di Ventotene, Matteo Renzi, Angela Merkel e François Hollande hanno assunto impegni importanti. C’è chi per partito preso, per convenienza o sciagurata convinzione dirà che quello di Ventotene è stato un summit fatto di belle parole ma pochi fatti, di demagogia, di simboli vuoti. Peccato che i simboli siano importanti. Guai a non averne cura. Sono la cura contro il cinismo sfrenato, contro una società senza radici, contro una politica senza memoria. Ventotene ci ha di nuovo ricordato che prima dell’Europa unita c’era la guerra, le dittature nazifasciste, le storture del nazionalismi.

E proprio da Ventotene è partita la sfida ai populismi e agli estremismi distruttori e anti-europei. Matteo Renzi su questo è stato molto netto: per loro l’Europa è la causa di tutti i mali, per noi è la possibile soluzione. Ma va cambiata. Deve essere molto più vicina ai cittadini e alle loro preoccupazioni. Ecco perché le soluzioni concrete: dal rafforzamento del Piano di investimenti europeo per digitale, innovazione, cultura e del programma Erasmus al corpo di polizia delle frontiere esterne, a battaglioni militari europei e alla cybersicurezza per lottare contro il terrorismo islamista. Politiche che vanno adottate subito, a Bratislava. Perché servono a ridare credibilità al progetto europeo e anche a rompere con una riluttanza ormai del tutto obsoleta a mettere l’UE pienamente al servizio della sicurezza e della difesa. Sorprendente, se pensiamo che anche a Roma come in altre capitali, sino poco tempo fa, c’era chi affermava che la sicurezza sarebbe stato l’ultima fase dell’integrazione. Per fortuna, i tre leader hanno dimostrato molta più lungimiranza di molti altri e hanno perfettamente capito che oggi o l’Europa garantisce il diritto alla sicurezza a tutti gli europei oppure gli europei le gireranno definitivamente le spalle, e a buon diritto!

Lo stesso vale per i giovani: abbiamo strumenti utili per contrastare la disoccupazione e moltiplicare le opportunità di cittadinanza e di cultura, come la garanzia giovani e soprattuto il programma Erasmus. Rafforziamoli allora, e mettiamo nuove risorse a disposizione: per questo, dovremo rivedere il bilancio multiannuale dell’Unione, entro la fine di quest’anno. Altrimenti i giovani continueranno a percepire l’Unione sempre più solo come un moltiplicatore di vincoli, e le saranno sempre più indifferenti quando non ostili. Infine, prima l’Europa era muta di fronte all’immigrazione.

Oggi finalmente ha preso impegni importanti, sulla carta: devono diventare rapidamente fatti concreti, a cominciare da un nuovo rapporto basato su sviluppo economico e impegno comune per l’immigrazione tra Europa e Africa. Non c’è più nulla da decidere: ma tutto da attuare. E va fatto molto rapidamente. Insomma, tra le tante cose che nel decennio perduto dell’austerità sono mancate all’Europa tecnocratica, c’era l’idea di condivisione. Di valori, cose, persone, economie e culture. Certo condivisione significa concessione oltre che partecipazione. Significa lavorare al bene comune cedendo un pezzo del proprio potere, autonomia, indipendenza.

E’ un processo lungo e difficile lo sappiamo bene e lo vediamo ogni giorno, ma non per questo dobbiamo rinunciarvi. È un processo per cui tutti i governi devono impegnarsi al massimo, perché ne va del nostro e futuro e del futuro dei nostri figli. Ed è un processo aperto e inclusivo che si rivolge a tutti coloro che vogliono parteciparvi. L’Unione non ha bisogno di nuovi assi o di nuove divisioni. Ha bisogno di ricostruire il senso di comunità. Ma non può neppure permettersi altri passi falsi o battute d’arresto. Per questo, da ieri è finito anche il tempo dei veti.

Nessuno sarà obbligato a partecipare ma a nessuno sarà consentito di bloccare il processo di rilancio europeo, soprattutto dopo la B re x i t . Ecco allora l’importanza dell’incontro di Atene in settembre, su iniziativa di Tsipras, tra tutti i leader dell’E u ro p a del Sud a partire da Renzi e Hollande. Per ribadire, come è stato fatto ieri sulla nave Garibaldi, e come ci ha insegnato Aldo Moro, che non dobbiamo scegliere tra Europa e Mediterraneo perché “l’Europa è Mediterraneo”. Ecco anche l’utilità dei vari incontri con i paesi del Nord e dell’Est, che farà la Cancelliera tedesca in vista Bratislava.

Ed ecco l’importanza di un pieno coinvolgimento delle istituzioni UE, per assicurare reale impatto e solida continuità al nuovo corso. Ventotene è stato una tappa importante di un cammino che ora da Bratislava dovrà portarci sino al 2017. Anno dei 60 anni del trattato di Roma. Dei 30 anni del programma Erasmus. E che dovrà essere ricordato come l’anno di un nuovo Patto Politico per la nostra Unione. Questo è il senso della sfida che abbiamo davanti. Difficilissima, certo. Ma anche entusiasmante. E decisiva per il nostro futuro comune.

Vedi anche

Altri articoli