Effetto Brexit: ora la riunificazione dell’Irlanda è possibile?

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La maggioranza dei cittadini dell’Irlanda del Nord ha votato per rimanere in Europa. Ora il Sinn Féin spinge per un referendum sulla riunificazione con Dublino

Dove non è riuscita la diplomazia, la drammatica violenza, il sacrificio di centinaia di vite umane, potrebbe essere riuscito il premier (dimissionario) britannico David Cameron. Facendo inopinatamente svolgere un referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (ed ottenendo questo referendum, suo malgrado, il parere favorevole del popolo britannico) sta mettendo a forte rischio la sopravvivenza stessa della Gran Bretagna per come l’abbiamo conosciuta nell’ultimo secolo.

E mentre in Scozia (dove il Remain ha ottenuto il 62% dei voti) la premier Nicola Sturgeon ha già annunciato che un nuovo referendum sull’indipendenza, dopo quello fallito nel 2014, è già all’ordine del giorno, in Irlanda del Nord potrebbe succedere qualcosa di ancora più inaspettato, qualcosa che alcuni potrebbe addirittura portare alla riunificazione dell’isola verde.

Nelle regione dell’Ulster il Sì all’Europa ha prevalso con oltre il 55% dei voti, a fronte di un’affluenza abbastanza bassa rispetto alle previsioni. Un dato che rende ancora più significativo il trionfo del Leave, perché la sacche di astensionismo maggiore si sono registrate in quelle zone a stragrande maggioranza cattolica, che sono da sempre in contrasto con il governo centrale britannico. Per fare un esempio nel distretto di West Belfast, quartiere popolare abitato da repubblicani indipendentisti, è andato a votare solo il 48% degli aventi diritto.

Nonostante questo, la vittoria del Remain non è mai stata messa in discussione. E questo ci dice sostanzialmente due cose: la prima è la conferma che ormai la minoranza cattolica dell’Irlanda del Nord, vessata e marginalizzata per anni dalla maggioranza protestante e unionista, ora non è più una minoranza. La seconda è che con tutta probabilità tra gli stessi lealisti in molti hanno votato contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Troppo rischioso mettere a repentaglio il lungo e delicato processo di pace.

Già, perché in Irlanda del Nord i troubles (gli anni neri dello scontro aperto tra gruppi terroristici e paramilitari) sono finiti, dopo gli accordi del Venerdì Santo la situazione politica si è stabilizzata, la minoranza cattolica si è emancipata, ma la convivenza pacifica è un traguardo che si persegue ancora tra alti e bassi, giorno dopo giorno. La paura, ora, è che il divorzio da Bruxelles possa compromettere questo cammino. In particolare, si teme il ripristino dei controlli alla frontiera fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, con un aumentare delle tensioni, e il venir meno dei contributi dell’Unione europea per i programmi e le campagne sociali in favore della convivenza.

Lo scenario ora rischia di evolvere velocemente. E a scrutini ancora in corso, il portavoce del Sinn Féin, il partito indipendentista che una volta era il braccio politico dell’Irish Republican Army (IRA), ha già chiesto che si possa tenere un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, separata dal 1922 tra la repubblica del sud e la provincia a maggioranza (una volta?) britannica del nord.

Per capire il passaggio storico di tutta questa vicenda, basti guardare le improvvise variazioni delle quote dei bookmakers in questo senso. Una convocazione alle urne per i nordirlandesi entro il 2020 è crollata da 8,00 a 4,00 nel giro di una notte, mentre l’eventuale vittoria per unire l’Irlanda del Nord alla Repubblica – e tornare così in Ue – si gioca 5,50.

Quel che succederà nell’immediato futuro è ancora tutto da decifrare ma di certo il voto dei cittadini britannici impone che i rappresentanti dei governi di Londra, Dublino e Belfast si mettano molto presto attorno a un tavolo e trovino nuovi accordi trilaterali prima che la situazione, ancora una volta, possa sfuggire di mano.

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