Edoardo Ferrario: “Stop alla comicità stanca e tutta uguale”

Televisione
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Ha spopolato con la serie web “Esami” e ieri è tornato in televisione a “Quelli che il calcio”. È molto giovane ma già in molti vedono in lui il futuro della comicità italiana

Edoardo Ferrario, romano classe 1987, è uno dei comici più promettenti del panorama nazionale. In meno di cinque anni si è guadagnato gli epiteti di “Louis C.K. de noantri” e di “nuovo Carlo Verdone“; ha lasciando il segno in radio (Staiserena e I Sociopatici su Radio2), in televisione (Un due tre stella su LA7 e La Prova dell’Otto su MTV ) e sul web (con la serie Esami); ha sfornato personaggi le cui battute vengono citate, a sproposito o meno, negli articoli di approfondimento sul sociale.

Insomma, lo statuto di personaggio di culto, i cui spettacoli vivono del passaparola del pubblico, va ormai stretto a Ferrario, che sembra aver pianificato una graduale conquista del pubblico generalista. È di ieri lo scoppiettante esordio a Quelli che il calcio, nei panni dell’irrecuperabile studente d’arte Filippo “Pips” De Angelis, mentre all’orizzonte si intravede il suo esordio cinematografico.

“Ho sempre voluto fare il comico”, confessa Ferrario raccontandoci di come è cominciata la sua passione. “Mio papà mi faceva vedere Avanzi, Tunnel e io, all’età di sette anni, mi sono innamorato delle imitazioni. Sono presto diventato quello che faceva le imitazioni in classe: già dalle elementari. Poi, arrivato all’università, insieme a Giurisprudenza ho frequentato la Scuola del comico: una scuola di scrittura, a Roma, ancora attiva. Ho imparato a scrivere un monologo di cabaret, ma, soprattutto, grazie alla scuola ho cominciato a esibirmi”.

Non molti anni dopo, quasi per caso, è arrivata l’occasione che ha dato il via alla sua carriera: “qualche anno fa ho scritto uno spettacolo di un’ora e ho chiesto a una decina di amici di venire a vedermi. Ero da solo sul palco: un classico show di stand up comedy. C’erano una sessantina di persone e tutte hanno apprezzato; per me era una prova del fuoco: come molte esperienze che fai nella vita, se la prima va bene e’ meglio. Poi una sera, era il 2011, mi sono esibito al cinema Palazzo, a Roma, e c’era Sabina Guzzanti: mi vide e mi invitò televisione. Era la mia prima esperienza televisiva; quando ho saputo che sarei andato in diretta mi sarei voluto uccidere: esordivo con alle spalle pochi spettacoli, forse tre.
Ma andò bene e l’anno successivo ho fatto La prova dell’otto con Caterina Guzzanti“.

Edoardo Ferrario tiene a sottolineare una netta presa di distanza da una certa tradizione cabarettstica italiana, quella prettamente televisiva, che si è ridotta ormai a seguire degli schemi stantìi: “Non intendo dire che tutta la comicità televisiva sia da buttare – precisa il comico romano -, in tv ci sono passati comici del calibro di Corrado Guzzanti. Ma sicuramente un certo tipo di comicità televisiva ha fatto il suo tempo. Quella stanca, con 800 comici sul palco, ognuno con poco tempo a disposizione per sparare i suoi tormentoni, incarnando personaggi stereotipati: questa secondo me è una cosa da cui allontanarsi. Credo che il pubblico abbia voglia di vedere cose nuove. Questi comici che si trincerano dietro alla commedia dell’arte, finendo per incarnare delle ‘mascherette’, si fanno portatori di una tradizione che finiscono per banalizzare. La commedia dell’arte è una cosa nobile; ce lo insegna, per esempio, Dario Fo: non può essere assimilata all’odierno scenario stereotipato in cui c’è, per esempio, ‘il personaggio del pignolo’ che arriva sul palco e fa le battute ‘da pignolo'”.

E a proposito di tradizioni artistiche, Edoardo Ferrario guarda con interesse alla comicità anglosassone: individua alcuni differenze fondamentali con quella italiana, ma anche una trama che connette entrambe: “In Italia c’è sempre un monologo su qualcosa: il traffico, l’Ikea, la suocera; ci si allaccia sempre ad argomenti già sentiti, raramente c’è una visione personale. Io mi sono trovato a serate di cabaret in cui c’erano due comici che facevano lo stesso pezzo: che magari non era nemmeno il loro. La comicità anglosassone ha una radice diversa: un individuo che si mette al centro del palco e parla di se stesso. Un monologhista dell’interiorità, che ha un suo punto di vista personale. Attenzione, anche in Italia abbiamo dei comici che hanno questo approccio: il primo Verdone, per esempio. Io mi sento molto più vicino a uno come lui che alla stand up comedy americana. E il punto di contatto tra le due cose è la cosiddetta comicità osservazionale; la messa in scena di personaggi che chiunque potrebbe riconoscere, basati sulla rappresentazione di tratti verosimili: come potrebbe fare un comico anglosassone e come ha fatto anche Verdone con il mitico personaggio di Furio, tanto per dirne uno dei suoi”.

I personaggi di Ferrario sono spesso fortemente ancorati alla realtà locale, in particolare quella romana: una certa borghesia i cui vezzi sfociano nel paradosso. Come nel personaggio, “mostruoso” ma terribilmente realistico, dell’assistente di Economia Massimiliano Marzocca.  “Secondo me è fisiologico che uno parli di ciò che conosce bene – osserva il comico -; io sono nato e cresciuto a Roma Nord, ho sempre avuto un approccio osservante: all’inizio addirittura raccontavo aneddoti relativi alla mia vita di quartiere. Piano piano hanno iniziato a venire a vedermi sempre più persone, che si identificavano con le mie storie. Ma non bisogna confondere tutto ciò con un tipo di comicità locale: il pugliese che fa le battute sulle abitudine culinarie pugliesi, il siciliano che racconta di quanto siano pigri i siciliani. Quella è la comicità stanca a cui mi riferivo prima. C’è invece una forte verità nel parlare di cose che consoci: in ogni realtà locale c’è una verità generale. Io non ho paura di fare battute sul Fleming o su Vigna Clara (due zone ricche di Roma, n.d.r.) quando interpreto l’assistente di economia in Esami; anzi: mi rendo conto che ogni città ha un suo Fleming e una sua Vigna Clara. In questo senso, mi fa piacere quando dei ragazzi di Venezia mi dicono che parlano come l’assistente di Roma Nord: un segnale che, pur incarnando dinamiche locali, quel personaggio arriva un po’ a tutti. E, al di là di questo, credo che certe battute colpiscano nel segno, oltre al contesto particolare che descrivono. Nell’ultimo video che ho fatto, il personaggio di Massimiliano Marzocca fa riferimento a un locale inventato che si chiama Falso, dove ‘la tradizione culinaria giapponese incontra l’eleganza di collina Fleming’. Certamente se sei di Trieste non cogli i riferimenti locali, ma cogli il meccanismo della battuta: quello del contrasto. Realizzi che c’è qualcosa che stride, un cortocircuito, una contraddizione che ti colpisce”.

E ci sembra che questo meccanismo, di svelare l’universale che riecheggia nel particolare, producendo una risata irrefrenabile, Edoardo Ferrario sia in grado di padroneggiarlo con destrezza. Attitudine frutto di lavoro e dedizione, ma soprattutto di un talento naturale fuori dal comune; è lo stesso comico a ribadire come stanno le cose: “Dalla scuola che ho fatto ho imparato molto, ma di fondo rimango un istintivo. Per fare questo mestiere ci sono dei consigli utili da seguire. Ma insegnare a far ridere è impossibile“. Ipse dixit.

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