Eco, il testamento in una Bustina

Cultura
epa05171551 A picture made available on 20 February 2016 shows italian writer Umberto Eco, author of "The Name of the Rose", participating in a panel on the impact of the internet and the technological future at the World Economic Forum WEF in Davos, Switzerland, 27 January 2000. The Italian best-selling writer and philosopher Umberto Eco, has died at his home in Italy late on 19 February 2016 according to his family.  EPA/ALESSANDRO DELLA VALLE

Il primo testo pubblicato dalla Nave di Teseo è il postumo del semiologo scomparso il 19 febbraio, “Pape Satàn Aleppe”. Un’enciclopedia minuscola e polimorfa tra citazioni coltissime, riflessioni illuminanti e i graffi del suo humour

Certamente non arriverà mai agli onori della cronaca il ragazzo che a un esame del triennio, a domanda: a chi è stata attribuita la strage alla stazione di Bologna?, rispose: ai bersaglieri. Forse confondendo un larvato ricordo della breccia di Porta Pia, nelle foto storiche dei libri di scuola, con lo squarcio pieno di macerie causato dall’ordigno neofascista nel lontano 2 agosto dell’80. Né saranno sottoposti a pubblico ludibrio i giovani che in un’intervista dissero che il capo delle Brigate Rosse era stato Aldo Moro, o l’altro studente che, sempre all’università, di fronte al nome Nino Bixio, lo lesse Nino Biperio, perché inesorabilmente contagiato dai vizi abbreviativi degli short message telefonici dove la X è un “per”, in un fritto misto di preposizioni e aritmetica. Eppure sono loro i veri eroi comici di questo Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida (La nave di Teseo, pagg. 469, euro 20), opera post mortem di Umberto Eco, che raccoglie il meglio delle Bustine di Minerva pubblicate sull’Espresso fra il 2000 e il 2015. Certo, si parla degli affossatori della Costituzione, dei politici corrotti, del regime berlusconiano, del pericolo islamico, dei teorici del segreto e del complotto, di taumaturghi e ingannatori della peggior risma, tra le tante fenomenologie umane messe sotto la lente di ingrandimento, quasi in una specie di infaticabile esperimento di entomologia sociale. Ma è evidente che l’attenzione dell’illustre semiologo vada ai contesti soffocanti, ai segnali impercettibili di declino, alle semantiche patibolari, ai modelli degradati, alle microfisiche opacizzate, figli tutti di un’invasività del televisivo e delle nuove nanotecnologie da passeggio che hanno, come dire, smontato e rimontato l’umano secondo sequenze smaterializzate e deprimenti.

La nebulosa indifferenziata

Vittimizzando in primis gli adolescenti, bramosi di visibilità, desertificati dal Troppo dell’informazione inutile, abituati senza più tremori a etichette mediatiche come “Grande Fratello” che non odorano più di tirannia, raffreddati da quella polmonite generazionale che è l’”appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata”. Là dove l’assenza di mediazioni culturali, di educazione al visivo e di aggregazioni valoriali porta solo al trionfo del Simulacro. A questo delicato crinale, drammaticamente sospeso fra sparizione della civiltà e affanno del creare e del riconoscersi, Eco concede le pagine migliori, gli assaggi più sapidi e sapienti, le sculture più pazienti, i moti paternalistici e allarmati meno ridondanti e autoreferenziali, dentro un’opera monumentale che vorrebbe riassumere un po’ la filogenesi del suo pensiero, e lasciarci un qualche testamento morale, che balugina sfuggente. Eco usa le armi raffinate dell’ironia, una febbrile bibliofilia, un citazionismo a volte furibondo e mortificante per il lettore medio, sembra voler accettare con un sorriso tutte le burle che la Storia e il Potere si prendono della semplicità di un tempo, e il libro è un gigantesco Corpus, non di leggi e dottrina, non di principi da imprimere e di codici da tramandare, ma di una infinita variatio di situazioni, stranezze, nostalgie, ripulse, decadenze, abomini, casi di cronaca, tocchi di humour, rimandi alla letteratura, agganci e perdite, un’enciclopedia minuscola e polimorfa dentro la quale il grottesco di una vita collettiva allo spasimo e la sferza di un ultimo rimasuglio di razionalità fanno a gara per lasciare la ferita più sanguinante. Quella memorabile. Che mandi tutto alla malora o faccia ripartire il motore arrugginito della nostra epocale stanchezza. Da italiani tele-spettatori dell’inverosimile al quale ormai sembriamo rassegnati.

Volo e terra

È come se Eco il decostruttore “corretto”, parente stretto dei Barthes, dei Derrida, dei Wittgenstein, volesse coniugare il volo e la terra, le fiamme della fantasia e le corde sicure del senso, la vanità dardeggiante e un firmamento da contemplare. Senza cedere a quell’anarchia del significante che altrove identificava come il fuoco fatuo di una postmodernità che non attecchisce da nessuna parte, che si alimenta di incoerenza, che brucia di passioni algide. Ecco, allora, la sfida al virtuale, all’analfabetismo di ritorno degli schermi e dei cellulari, al populismo mediatico, all’istantaneità dell’immagine che abdica alla riflessione. E non certo per insofferenza reazionaria. Ma per una sorta di illuminata custodia di quel tesoro che l’intelligenza e la scienza ci hanno messo a disposizione. Così si decostruisce per davvero, sembra dirci. Con l’etica della conoscenza e della condivisione, non con le cadute verticali e il perenne vagare da nostromi falliti, da ubriaconi dell’effimero e della apoliticità.

Esistenze precarie

Non a caso l’alfa e l’omega del libro stanno proprio dove ci si aspetterebbe. All’inizio, una Bustina del 2015, poco prima di morire, in cui con severità linguistica e senza troppe affabulazioni retoriche, Eco parla di ipersoggettivismo, di “bulimia senza scopo” di notizie e dati, di precarizzazione delle esistenze, mali dell’oggi che hanno assorbito anche l’energia negativa di quelli che un tempo chiamavamo “indignati”. E alla fine, sempre un’altra rubrica dello scorso anno, che rimanda, senza i misticismi e lo spirito pentecostale di McLuhan, a un’analoga forma di utopistica armonia fra il Web e la stampa, come serbatoio di fonti il primo, come controllo e selezione, la seconda. Un’eredità, insomma, ci lascia Eco con questo bel volume riassuntivo, che non vuole essere sodale di un abbandono tecnofilo e nemmeno il voltarsi sdegnato di fronte all’arrembaggio del nuovo.Ma da qualche parte un grumo che rallenta e batte le illusioni del verbo dominante ci dovrà pur essere. “La storia è lutulenta e viscosa – ci avverte Eco -. Cosa da tenere sempre a mente, perché le catastrofi di domani stanno sempre maturando già oggi, sornionamente”. E allora scaviamo gallerie come talpe, miniamo l’ordine vigente, non ci accontentiamo delle minestre di parole, ridiamo dignità a ciò che appare. Da qualche celeste libreria, fra tomi e manoscritti polverosi, un amante di Nero Wolfe come Eco ci aiuterà a coltivare le orchidee della verità, a dare la caccia agli assassini della libertà.

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