Echi di orazione funebre per Giulio Cesare

Teatro
Giulio Cesare teatro

Alle Terme di Diocleziano di Roma un titolo storico della Socìetas Raffaello Sanzio torna sulle scene riallestito dal regista Romeo Castellucci

Chissà quante volte ci sarete passati accanto un po’ distrattamente. Se siete romani, probabilmente saprete che l’Aula Ottagonale delle Terme di Diocleziano, più comunemente nota come il Planetario, si presenta esternamente come una spazio quadrato che cela al suo interno una pianta ottagonale decorata con statue in bronzo e marmo. Se non vivete nella capitale basterà averla visitata almeno una volta, avrete certamente costeggiato la sala dalla cupola “a ombrello”, data la vicinanza alla Stazione Termini. Lì, in quello spazio che trasuda storia da ogni poro e che è di per sè un’opera d’arte, Romeo Castellucci ha scelto di riportare in scena, a distanza di 18 anni, il suo Giulio Cesare. Pezzi staccati per il Romaeuropa Festival, all’interno del quale la Socìetas Raffaello Sanzio presenterà anche con un altro lavoro: Schwanengesang D744 (Canto del Cigno) di Franz Schubert, con Valérie Dréville e il soprano Kerstin Avemo (7 e 8 novembre al Teatro India).

Ma questo Giulio Cesare riproposto a distanza di anni (e andato in scena alla Biennale Teatro 2015) non è un remake dello storico spettacolo ideato da uno dei migliori registi che abbiamo in Italia, apprezzato forse più all’estero che nel nostro Paese. I lavori della Socìetas, si sa, possono piacere o non piacere, ma non sono mai banali. Semmai tentano ogni volta di rappresentare l’irrapresentabile aprendo sempre nuovi spazi di riflessione nella mente dello spettatore. Stavolta Castellucci sceglie dei “pezzi staccati per un intervento drammatico su Shakespeare” come recita il sottotilo. Che significa focalizzarsi su un paio di momenti centrali: il discorso del ciabattino che introduce ciò che avverrà nel Senato romano, cioè l’uccisione di Cesare; e il discorso funebre pronunciato da Marcantonio. Un modo per parlarci con un linguaggio non verbale, ma molto carnale, dell’arte retorica. Dunque, il potere della parola, la capacità di persuasione, i grandi discorsi, le voci che si impongono anche se appena sussurrate come in questo caso.

E dall’origine stessa della voce, che nasce dalla gola, parte il lavoro di Castellucci, il quale ci porta fin dentro le corde vocali. Attraverso una telecamera endoscopica introdotta nella narice di “…vskji” (Simone Toni) – che probabilmente sta per Stanislavskij, uno dei padri fondatori del teatro del Novecento – viene proiettato sullo fondo il corpo del suono, il movimento ritmico-nervoso delle corde vocali nel momento in cui l’attore pronuncia il dialogo tra Flavio, Marullo e il ciabattino. Un’esplorazione molto fisica della parola che Castellucci indaga per decostruire in toto.

Lo si capisce ancora meglio andando avanti, durante l’orazione funebre di Marcantonio, un discorso centrale nel dramma di Shakespeare. Il monologo viene affidato a Dalmazio Masini, attore laringectomizzato. Tutto il discorso pubblico, quindi, viene pronunciato con un soffio di voce e prodotto da un tecnica fonatoria altra che fa a meno della gola di carne, eppure produce un discorso sgolato che ci parla di una “ferita”, come quella che vediamo sul corpo dell’attore. “Ars” (arte retorica?) recita la scritta sul piedistallo marmoreo. E la parola è lo strumento di persuasione di cui si serve il potere, quella parola che qui viene smontata.

Lo stesso Giulio Cesare (Gianni Plazzi) non ne pronuncia una, ma ordina, indica, allude con le braccia, i cui gesti vengono amplificati dal suono che li accompagna. Il suo abito rosso si trasformerà in sudario e il suo corpo – che si fa largo tra gli spettatori trascinata a terra – uscirà di scena per essere seppellito (o divinizzato?).

È un Giulio Cesare afono, dunque, eppure capace di parlare, di gridare, di smascherare la finzione e riconoscere l’urgenza di un discorso da condividere.

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