Ecco perché Marino non chiederà la fiducia in assemblea capitolina

Roma
Il sindaco dimissionario di Roma, Ignazio Marino, durante la conferenza stampa nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Roma, 20 ottobre 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

Numeri alla mano, non ci sono verifiche o riflessioni che tengano. Per Marino non c’è alcuna possibilità di mettere insieme una maggioranza per proseguire il mandato

“Il sindaco sta riflettendo e farà le opportune verifiche”. Tornerà in Campidoglio a chiedere la fiducia dopo i venti giorni previsti? “Quando un sindaco dà le dimissioni rompe un patto con i cittadini e non lo può fare a cuor leggero”. Con queste parole Alessandra Cattoi, assessore al Patrimonio di Roma Capitale e fedelissima di Ignazio Marino, non chiude alla possibilità che il sindaco dimissionario possa tornare sui suoi passi e chiedere all’assemblea capitolina di esprimersi con un voto di fiducia.

Al di là delle parole, però, sono i numeri a escludere questa eventualità. Dopo la sfiducia confermata ieri dai vertici del Pd romano, infatti, non c’è verifica o riflessione che tenga. Per Marino non c’è possibilità di mettere insieme una maggioranza che gli consenta di proseguire e portare a termine il proprio mandato da sindaco. Il vertice voluto dal commissario Matteo Orfini con tutti i consiglieri comunali del Pd (compresi di dieci dissidenti della prima ora) ha infatti troncato sul nascere ogni idea di rilancio.

Pallottoliere alla mano, dunque, Marino non potrebbe mai arrivare alla soglia di 25 consiglieri, vale a dire la maggioranza minima sui 48 totali, fermandosi addirittura a meno della metà e non potendo perciò resistere a un’eventuale mozione di sfiducia. Togliendo i 19 del Pd e l’opposizione di centrodestra, Movimento Cinque Stelle e Lista Marchini, infatti, col sindaco potrebbero restare i 5 della sua Lista civica (Franco Marino, Luca Giansanti, Svetlana Celli, Rita Paris e il radicale Riccardo Magi), uniti ai 4 di Sel, che ultimamente gli hanno manifestato più di un’apertura (Gianluca Peciola, Gemma Azuni, Annamaria Cesaretti e Imma Battaglia) e a un ipotetico ‘appoggio esterno’ di Mino Dinoi, consigliere del Gruppo misto ex Lista Marchini.

Si arriva così a 10, ai quali aggiungere lo stesso primo cittadino: totale, 11 voti su 48 totali, neanche un terzo dell’Aula. Stando a questi numeri, una sfiducia potrebbe arrivare a raccogliere 37 voti, ben 12 oltre il necessario per l’approvazione. Un calcolo, però, che al Nazareno non vogliono neanche fare: se Marino dovesse ritirare le sue dimissioni, infatti, il Pd farà dimettere in blocco tutti i suoi consiglieri senza far nemmeno avvicinare il sindaco all’Aula, evitando così il faccia a faccia: a quel punto, con ‘l’aiuto’ di altri 6 consiglieri, il sindaco verrebbe automaticamente destituito dal suo incarico.

Alessandra Cattoi non risparmia fendenti politici: “Il Pd ha detto che non c’è una fiducia, quindi vuol dire che è una crisi politica. Un sindaco è giusto che lasci la sua posizione solo per fatti gravissimi e fatti gravissimi attengono alla politica e non a stupidaggini come gli scontrini”. Le risponde, a stretto giro, Stefano Esposito: “La vicenda delle spese di rappresentanza non è la causa in se della crisi. Ma è solo l’ultimo di una serie di errori commessi, a mio giudizio, più che dal sindaco da chi lo ha consigliato. Ed essendo la Cattoi la sua confidente e consigliera politica una parte rilevante di questa responsabilità ce l’ha lei”.

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