Ecco perché l’astensione al referendum (con quorum) è legittima

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Il “non voto” è costituzionalmente legittimo come l’andare a votare? E Matteo Renzi, in quanto premier, può dare un’indicazione di astensione?

Le polemiche sulle indicazioni di astensione al referendum sulle trivelle continuano ad agitare le acque politiche e non solo. Il “non voto” è costituzionalmente legittimo come l’andare a votare? E Matteo Renzi, in quanto premier, può dare un’indicazione di astensione?

Per rispondere al primo quesito, proviamo per un attimo ad addentrarci nel merito, riflettendo sulle parole del testo costituzionale e facendo un semplice ragionamento logico. Quando l’articolo 48 della Costituzione precisa che l’esercizio del diritto di voto “è dovere civico” si riferisce al voto per l’elezione degli organi rappresentativi politici, ovvero il Parlamento, e amministrativi, ossia i Consigli regionali, provinciali e comunali. È chiaro che in questo caso andare a votare vuol dire partecipare al rinnovamento degli organi rappresentativi. È la vita democratica che in caso contrario sarebbe a rischio ed è la stessa Repubblica che ha bisogno di quel voto per continuare a funzionare.

Diverso, però, è il discorso se si parla di referendum abrogativo. In questo caso, infatti, la Costituzione non fa riferimento a quel “dovere civico” citato nell’articolo 48. Proviamo a leggere l’articolo 75 della Costituzione, quello che disciplina la materia referendaria. Bene, quell’articolo stabilisce che la proposta soggetta a referendum è approvata “se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”, a condizione che abbia “partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto”.

È proprio questo il punto: se nel referendum abrogativo i costituenti hanno previsto un quorum da raggiungere, è chiaro che quel “non-voto” ha un peso determinante: influisce (in maniera del tutto legittima) a non far raggiungere il quorum indebolendo, anzi annullando, il referendum abrogativo stesso. Dunque l’astensione dal voto è un modo per esprimere una certa volontà. Inoltre, se volessimo aggiungere un’argomentazione più “civica”, potremmo sottolineare come la chiamata al voto, nel referendum, arrivi soltanto da una parte del corpo elettorale (non dalla Repubblica) e il non voto non metterebbe di certo in questione la qualità della vita democratica.

È semplicemente questo il ragionamento sul quale si basa lo stesso premier quando più volte ha giudicato l’astensione “una posizione costituzionalmente corretta”, una posizione che di fatto ha lo stesso valore dell’andare a votare.

Ma un premier può o non può incoraggiare l’astensione quando commenta un referendum abrogativo? Qui entra in gioco l’altra polemica appena architettata da chi vorrebbe far prevalere il Sì. Non può farlo, sostengono in questo caso le opposizioni, perché nell’ordinamento italiano c’è una sanzione penale per chi induce all’astensione quando si è investiti di un pubblico potere o di una funzione.

Per chiarire quale sia il fondamento giuridico di questa polemica, abbiamo parlato con Stefano Ceccanti: “Minacciare sanzioni penali è assolutamente fuori luogo”, dice il costituzionalista bocciando di fatto l’ipotesi.

Secondo Ceccanti, infatti, le sanzioni penali di cui si discute non sono applicabili perché si riferiscono ad abusi di potere di pubblici ufficiali e si riferiscono a chi altera la competizione: “Quando un membro del governo o del Parlamento esprime una posizione politica favorevole all’astensione – mette in evidenza Ceccanti – esprime di fatto una posizione politica. E non è detto che in quel momento si possa configurare come un pubblico ufficiale. In ogni caso – aggiunge – non sta abusando del suo potere. Altra cosa sarebbe se il pubblico ufficiale sabotasse i registri elettorali o non facesse installare i seggi. In quel caso sì che commetterebbe un reato. Ma l’opinione pro astensione – ribadisce il costituzionalista – è un’opinione politica e questo  è insindacabile”.

Insomma, secondo entrambi i ragionamenti, l’opzione dell’astensione è costituzionalmente legittima ed è semmai non condivisibile soltanto sul piano politico. Ecco perché le scelte a disposizione per il referendum abrogativo sono tre: il sì, il no e l’astensione. Con pari legittimità.

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