Ecco perché i Panama Papers inguaiano sul serio David Cameron

Gran Bretagna
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Un premier già in difficoltà di fronte a un serio problema morale

La questione dei Panama Papers rischia di essere la fatidica goccia nel vaso già colmo di difficoltà del Primo Ministro David Cameron: come se non bastassero un partito diviso sul referendum europeo e un governo sull’orlo della crisi per divergenze sulle politiche economiche (con relative dimissioni del Ministro Ian Duncan Smith), arrivano ora le rivelazioni sugli investimenti off-shore del Primo Ministro e della sua famiglia.

Nulla di illegale, o penalmente rilevante, ma scoprire che mentre era leader dell’opposizione e accusava il governo laburista di essere debole nella lotta all’elusione fiscale, Cameron investiva soldi in una società fondata dal padre, con base a Panama, per beneficiare di condizioni fiscali migliori, non aiuta certo a ristabilire la sua credibilità di leader.

Ancora meno aiuta il modo in cui Cameron e Downing Street hanno gestito la comunicazione su questa vicenda: lunedì il portavoce del governo dichiarava che le questioni finanziarie del Primo Ministro e della sua famiglia sono una questione privata, cercando di chiudere la vicenda sul nascere, e alimentando invece nuove questioni e forzando lo stesso Cameron a rilasciare un’intervista il giorno seguente per dichiarare che non possedeva “alcuna azione, o compagnia o fondi investiti all’estero; niente di simile”.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Downing Street rilasciava un’ ulteriore dichiarazione ufficiale, per chiarire la posizione del Premier, specificando che né lui, né la moglie, né i figli “beneficiano di alcun fondo estero”, che il Premier “non possiede alcuna azione” e descrivendo invece le azioni possedute dalla moglie nella impresa della sua famiglia di origine.

Ma probabilmente neppure questo era sufficiente a calmare la curiosità dei cronisti (e dell’opposizione) con domande che si intensificavano: per questa ragione mercoledì l’ufficio stampa di Downing Street ha rilasciato un ulteriore comunicato, specificando che “non ci sono fondi o compagnie estere di cui il Primo Ministro, sua moglie, o i loro figli trarranno beneficio in future”. Una frase talmente ben elaborata che chiaramente era scritta per omettere qualcosa.

E infatti la sera del giorno seguente, lo stesso Cameron ha dovuto presentarsi in televisione e spiegare che fino al 2010 egli possedeva una partecipazione di 5 mila azioni nel fondo di investimento estero del padre e che quando decise di venderle pagò tutte le tasse previste in UK, anche se la somma non raggiungeva il tetto per il capital gain.

Per quanto questo tipo di investimento sia assolutamente legale, si tratta comunque di qualcosa molto controverso dal punto di vista politico e morale, qualcosa contro cui lo stesso Cameron si è pronunciato con estrema durezza in passato. E l’idea che per quattro giorni abbia cercato di nascondere in tutti i modi la verità, rende la vicenda ancora meno acettabile per un’opinione pubblica la cui simpatia verso Cameron stava già intiepidendosi.

Dopo l’uscita di scena del primo ministro islandese, i bookmakers danno 20 a 1 le dimissioni del Primo Ministro inglese. A meno che non escano nelle prossime ore schiaccianti rivelazioni, difficilmente Cameon lascerà il suo posto per questo scandalo, soprattutto alla vigilia di un voto locale molto importante (in Scozia, Galles, a Londra e in molte altre città) ma chiaramente la sua leadership ne esce fortemente danneggiata, la sua immagine ormai definitivamente compromessa: le rivelazioni sui Panama Papers allontanano ancora di più il Primo Ministro dall’elettorato, lo isolano nel suo partito elo rendono facilmente attaccabile dall’opposizione.

Le possibilità di una sua sopravvivenza a Downing Street sono ormai legate a doppio filo ad una schiacciante vittoria nel referendum sull’Europa fine giugno, anche se tra le fila del partito conservatore c’è già qualcuno che, nell’ombra, si prepara alla resa dei conti.

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