Ecco la ricetta Tory: aziende facciano liste dei lavoratori stranieri

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La proposta shock della ministra degli Interni Rudd per combattere la crisi economica. Stretta anche sui visti agli studenti. L’ira dei laburisti, che attaccano: idea xenofoba

Crollo del valore della sterlina, sorpasso da parte della Francia nella classifica delle potenze economiche mondiali, previsioni di crescita per il 2017 sensibilmente riviste al ribasso nel report d’autunno del Fondo monetario internazionale. Gli ultimi giorni portano solo cattive notizie a Theresa May, premier tory che ieri ha chiuso a Birmingham il congresso dei conservatori celebrato all’insegna del nazionalismo.

Era da oltre mezzo secolo che un ministro non annunciava provvedimenti così restrittivi per ostacolare l’ingresso dei lavoratori da altri paesi. Lo ha fatto Amber Rudd, titolare degli Interni, che si è rivolta agli imprenditori avvisandoli che saranno rivisti i permessi di ingresso «per essere certi che gli stranieri non tolgano posto ai cittadini britannici» e che verranno chiesti quanti addetti provenienti da altri paesi sono già occupati per provare che coprano solo posti vacanti. Rudd ha poi aggiunto che verrà ridotto anche il numero dei visti rilasciati per iscriversi alle università. A seguito della indignata reazione dei vertici laburisti che hanno accusato i tories di xenofobia, Rudd ha tentato una goffa retromarcia.

A suo giudizio, ha sostenuto in un comunicato, «deve esserci un dibattito su quali competenze vogliamo avere nel Regno Unito», mentre May nel discorso finale delle assise ha invece minimizzato i segnali negativi per il futuro a causa dell’uscita dalla Ue e della decisione di attivare entro marzo la procedura per il divorzio.

Previsioni pessimistiche

A dispetto dei toni utili per titoli ad affetto sui quotidiani vicini alla destra, lo scenario mostra che le previsioni pessimistiche dopo l’esito del voto di giugno mantengono un solido fondamento. Anche Philip Hammond, responsabile del Tesoro, aveva ammesso lunedì che Brexit «sta causando turbolenze sui mercati» e che nei prossimi mesi la fiducia degli investitori stranieri «potrebbe avere un andamento altalenante».

Con il chiaro intento di smorzare le preoccupazioni interne al governo e al partito May ha ancora una volta ripetuto che il Regno Unito sta per diventare un paese «indipendente e sovrano» e che è decisa a garantirsi il controllo dei confini pretendendo nel contempo di aver accesso al libero commercio in tutto il continente. Impegni che hanno suscitato l’entusiasmo della platea e nel contempo fatto crescere l’irritazione dei vertici di Bruxelles chiamati a negoziare gli accordi per sostituire la normativa Ue in vigore.

La verità è che, a dispetto degli slogan, May non è ancora riuscita a elaborare alcuna strategia per Brexit e deve mediare ogni giorno tra falchi, che spingono per una rapida ritirata incuranti delle conseguenze, e colombe che invece suggeriscono prudenza. Mentre i vertici dei movimenti indipendentisti alla guida di Scozia e Irlanda del Nord chiedono che i rispettivi parlamenti vengano chiamati ad approvare ogni atto di Londra, si dichiarano contrari alla rottura con l’Europa e invocano un nuovo referendum. Senza dubbio il consenso interno

«Il successo della Gran Bretagna e il motivo per cui io e tanti italiani siamo qui è stato sempre il fatto di essere aperta ai talenti di tutto il mondo» per la leader resta stabile nel partito e tra gli elettori. Ma le ricadute sul piano economico che stanno iniziando a manifestarsi rischiano di alienarle il favore popolare entro un arco temporale inferiore alla durata della legislatura. Come reagiranno, ad esempio, gli abitanti della città di Sunderland –dove il Leave ha ottenuto il 65 per cento dei consensi – appena la Nissan confermerà il blocco degli investimenti programmati per milioni di sterline, mettendo a rischio la sopravvivenza della fabbrica che occupa settemila persone? In quale maniera i funzionari ministeriali troveranno la somma di circa tre miliardi di sterline di minori introiti fiscali causati da Brexit solo nella City londinese?

Nel settore del credito, che vale il quindici per cento del Pil nazionale, potrebbero saltare settantamila posti di lavoro entro un paio di anni secondo un rapporto diffuso a Londra nei giorni scorsi. Dal quale, inoltre, si desume che Brexit farà diminuire i ricavi degli istituti di credito di cinquanta miliardi di sterline. Con ovvie ripercussioni sulle casse statali che invece non avrebbero alcun bisogno di emorragie a fronte delle spese indispensabili per salvaguardare un servizio sanitario nazionale al collasso dopo i tagli imposti dai conservatori.

Le turbolenze dei mercati

Dopo aver complottato per mesi ai danni di David Cameron per prenderne il posto a Downing Street, come testimoniano un volume di memorie del capo della comunicazione dell’ex premier e la biografia che le ha appena dedicato una giornalista del quotidiano «Daily Express», Theresa May deve affrontare le turbolenze dei mercati, spazientiti dalla mancanza di un progetto serio e credibile per un divorzio consensuale e senza troppi danni con l’Europa. Che poi la Borsa di Londra stia crescendo significa ben poco. Gli indici salgono in ragione del crollo della sterlina che al momento favorisce le esportazioni. Ma è noto che i mutamenti di rotta in ambito azionario possono essere repentini e doloro si.

Nel discorso di ieri May ha evitato di svelare dettagli sulle modalità di uscita dall’Unione, ripetendo che la procedura sarà attivata entro marzo del prossimo anno. Le preoccupazioni del ceto medio sono state al centro di gran parte dell’intervento. I conservatori, ha giurato la signora alla guida del governo, sono dalla loro parte, comprendono la paura suscitata da un’immigrazione troppo elevata – che tuttavia non sottrae posti di lavoro secondo tutte le statistiche ufficiali disponibili –e si adopereranno per introdurre misure a sostegno «della classe operaia che ogni giorno si impegna duramente per migliorare le proprie condizioni di vita».

Si tratta di promesse retoriche prive di effetti pratici. Tra due mesi l’esecutivo dovrà varare la legge di bilancio. Alla luce di quanto sta accadendo sul piano economico e con le previsioni di un Pil in calo lo spazio per gli investimenti rischia di contrarsi. E a prevalere potrebbero essere ulteriori tagli, nonostante le rassicurazioni verbali di May di avere la ricetta magica per trasformare Brexit «in uno straordinario successo».

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