Ecco i nemici del Califfo

Reportage
mosul

Con l’Unicef nel campo profughi a Dibaga. Era un villaggio fra Erbil e Makhmour, poi accolse un piccolo campo di emergenza, ora accoglie oltre 5mila famiglie

Ieri siamo andati con l’Unicef a Dibaga. Era un villaggio fra Erbil e Makhmour, poi accolse un piccolo campo di emergenza, poi è diventato una città di qualche decina di migliaia di abitanti –ieri ne aveva 32.040, per 5142 famiglie. Di questi, 16.200 hanno meno di 18 anni. La maggioranza ha molto meno di 18 anni. Sapete com’è andare per un campo di profughi, e in questi giorni per di più si pensa ai numeri degli sfollati in Italia.

Una guerra è diversa dal terremoto. Il terremoto non ha nemici, benché possa essere crudelissimo. Una guerra li ha e si gonfia di odio. Dapprincipio, in un campo, si è confusi e spaesati perché non ci sono persone, ma mucchi di persone, bambini che fanno ressa, che spingono per arrivare a toccarti. Dura poco, perché prendono l’iniziativa e si fanno riconoscere una per una, uno per uno, con una specie di discrezione invadente: ti si aggrappano, e poi si staccano per passare la mano ai prossimi. Si prende e si dà una confidenza piena nel giro di qualche minuto. Poche ore prima che venissimo qua il Califfo, quell’al-Baghdadi, aveva fatto diffondere –o chi per lui – un messaggio roboante. Resistere e morire, attaccare a morte sauditi e turchi, colpire dovunque e preferire la Libia, come meta personale.

Il Califfo probabilmente pensa di voler bene ai bambini. Fa loro l’onore di renderli guerrieri e tagliagole fin da piccoli, di toglierli da casa e da scuola e forgiarli come uomini (e donne, molto meno, naturalmente) nuovi. Ha stampato dei manuali scolastici adatti ai suoi programmi: una sola materia. Gli altri, i bambini destinati a essere bambini, sono i suoi nemici.

Sono questi che ci sciamano addosso per darci la mano, per dire tenkiù, per guardare la fotografia –per farla, anche: oggi pubblichiamo le nostre ma solo perché non ci eravamo preparati a raccogliere le loro, che sarebbero un impareggiabile reportage sul campo. Il campo –i campi, perché si sono moltiplicati- ha fame di spazio per le tende, e l’Unicef e le altre buone volontà devono sgomitare per guadagnare uno spazio alle scuole. C’è il sole di nuovo caldo oggi, una fila di bambini con un tesserino d’identità in mano, passano davanti a un tavolino dove un grosso signore burbero prende i loro dati e dà un foglietto, col quale, lì accanto, ritirano lo “school bag”, lo zainetto celestenazioniunite che intanto gli addetti stanno riempiendo di: quaderni, matite e, meraviglia, un temperamatite.

Quando l’orario della distribuzione finisce, e anche i bags, i bambini restati senza sono tanti, e tristi come se avessero perduto un patrimonio. Ci chiedono di aiutarli a ricevere quello che gli spetta, spieghiamo di no, vaglielo a spiegare. Chiedo di tradurre che domani, glieli daranno domani. Domani no, corregge il traduttore, è venerdì, è festa. Ve li daranno dopodomani. Facciamo il giro delle classi. Che cosa vorrebbero diventare, domande così. Dentista, uno. E imparare l’inglese, dicono in coro le bambine. Se sai l’inglese parli con tutti. Inshallah –come si dice in inglese? «Godwilling», ma il concetto è un altro.

C’è una zona di «transito» riservata agli uomini che la polizia controlla prima di accettarli, può durare un’ora, o settimane. Gli uomini sono molto meno numerosi delle donne: alcuni perché sono andati con l’Isis. Qui arrivano meno dalla zona di Mosul, più da quelle di Hawijia, Qayyara. Stanno seduti, i mariti da un lato della rete le mogli dall’altro, a parlarsi, o a starsene zitti. Specialmente i nuovi venuti hanno paura di essere riconosciuti, delle rappresaglie sui parenti. Hanno racconti terribili, naturalmente. Da Mosul sono usciti ancora in meno di 40 mila, e soprattutto dal circondario. Però a Mosul il disastro deve ancora arrivare. I nuovi venuti aspettano l’inverno che si annuncia. Sara, 7 anni, che viene da Jara La, Makhmour, dalla fotografa non si stacca più invece. Non le manca la sua casa, le dice. E come mai? Perché mi sono liberata dal gatto di mio fratello, non lo potevo soffrire. Ha 4 fratelli e 4 sorelle, hanno pagato uno spallone 100 euro l’uno, in 11, per scappare.

In tv le piacciono i film di paura e i fantasmi, questi perché volano. Vuole fare il dottore, perché il camice è bello e può ascoltare il cuore degli altri con lo stetoscopio. Maria, che è un’italiana dell’Unicef, ha trovato dei bambini che saltano alla corda con dei fili elettrici, tranne uno bravissimo che invece ha una vera corda, con le maniglie e tutto. E’ la sola cosa che si è portato via scappando da casa. Una sorella di Sara si chiama Athra, ha 19 anni, era in casa di uno zio. Aprì la porta e si trovò davanti i ceffi dei Daesh. Ebbe una tale paura che per un mese e mezzo non uscì più dalla casa. Quando è venuta via si è coperta di nero dalla testa ai piedi, anche le mani, ma a un posto di blocco dei Daesh hanno fatto una scenata a suo padre perché lei aveva gli occhi scoperti

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