Ecco Corbyn, nuovo astro laburista

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epa04875656 Candidiate for British Labour Party leader Jeremy Corbyn stands with a bicycle prior to a press conference in London, Britain, 07 August 2015. Corbyn announced his environmental policies to supporters and the media.  EPA/ANDY RAIN

Ritratto di Jeremy Corbyn, 66 anni, veterano dell’ala più oltranzista Labour

A otto anni dalla sua uscita di scena, la corsa per la leadership del Labour party rischia di tramutarsi in referendum su Tony Blair, un referendum che l’ex primo ministro rischia di perdere. Tutti i sondaggi infatti danno per vincente il candidato dell’ala sinistra del Labour, il deputato di lungo corso Jeremy Corbyn, noto per le sue posizioni radicali e la sua opposizione alle politiche del New Labour blairiano: un personaggio che i giornali descrivono come “un professore di geografia del liceo”, barba brizzolata leggeremente incolta, camicia beige aperta con le maniche rimboccate.

Se Ed Miliband aveva provato per i primi anni della sua leadership a togliersi di dosso l’etichetta di Red Ed, “Ed il rosso”, il leader ostaggio dei sindacati, Corbyn invece rivendica con orgoglio la sua piattaforma di sinistra, in opposizione agli altri tre candidati, che rappresentano ai suoi occhi un partito troppo prigioniero delle logiche di potere e dell’ambizione a governare a qualsiasi costo. Miliband aveva addirittura cambiato le regole elettorali per ridurre il peso dei sindacati nella scelta del leader del partito, abolendo il sistema a blocchi, che garantiva un terzo dei voti alle trade unions, e introducendo un sistema di voto individuale, con diritto di voto per gli iscritti al partito, quelli del sindacato e i semplici elettori che si registrino come supporters del partito. Si tratta di un sistema che l’ala sinistra del Labour aveva fortemente contestato all’epoca e che invece si sta rivelando la carta vincente per Corbyn.

Con il suo messaggio anti­austerità e un linguaggio diretto, Corbyn sta infatti galvanizzando iscritti e simpatizzanti, offrendo loro la prospettiva della costruzione di una piattaforma politica radicalmente alternativa alla corrente narrativa dei Conservatori, fatta tagli alla spesa pubblica e riduzione dei servizi, narrrativa che ­ a detta di Corbyn ­ era stata completamente accettata dalla precedente guida laburista. Corbyn rovescia la lettura tradizionale, che Miliband abbia perso le elezioni perchè percepito come troppo di sinistra, e propone una chiave di lettura che mette Labour e Conservatori sullo stesso piano, entrambi figli di una cultura neo­liberista; egli suggerisce che il Labour abbia perso perchè non offre più una visione alternativa della società.

Per questo Corbyn propone che sotto le insegne laburiste si formi una grande coalizione di movimenti e persone che negli ultimi anni si sono allontanati dal partito: dai delusi per la guerra in Iraq, a coloro che hanno lasciato per l’introduzione delle tasse universitarie, a quelli che si oppongono all’ingresso dei privati nel sistema sanitario nazionale.

Una grande operazione nello stile di Syriza e Podemos, in netta rottura con gli anni di Blair e Brown; Corbyn arriva perfino a dichiarare che il partito laburista dovrebbe ripristinare la Clausola 4 della sua costituzione, quella che sosteneva la collettivizzazione dei mezzi di produzione, abolita da Blair all’atto della sua elezione a leader come segno concreto della trasformazione ideologica del partito. Di fronte alla forza travolgente di Corbyn gli altri tre candidati, Liz Kendall (che rappresenta l’ala modernizzatrice del Labour), e i due candidati centristi Andy Burnham ed Yvette Cooper, hanno fatto apparire tutte le loro debolezze. Seppure negli ultimi giorni stiano provando a inseguire Corbyn con proposte politiche più radicali (ad esempio la ri­nazionalizzazione delle ferrovie), la principale linea di opposizione a Corbyn rimane la sua mancanza di appeal elettorale verso quel settore dei votanti di centro moderato che avevano contribuito alle tre vittorie successive di Blair.

Se Corbyn può infiammare l’elettorato tradizionale, non riesce però a parlare all’elettorato più ampio che il Labour deve riconquistare per poter vincere, è la loro accusa, un messaggio avallato dallo stesso Blair che in una rara uscita pubblica ha attaccato direttamente Corbyn, invitando coloro che intendono votare per lui con il cuore “a farsi un trapianto”. Ma anche queste uscite sembrano avere un effetto controproducente e spingere ancora di più Corbyn nei sondaggi, quasi come se se dopo decenni di compromessi per stare al governo, ora gli iscritti laburisti preferiscano la purezza dell’opposizione.

Bisogna aspettare il 12 settembre per vedere se alla fine la razionalità avrà la meglio, o se invece un messaggio di speranza e radicalità porterà alla vittoria il ciclone Corbyn, con conseguenze inimmaginabili per il partito laburista e la prospettiva di una vittoria elettorale nel prossimo futuro

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